Cancro del seno: la guarigione spontanea esiste ma non la guardiamo


di Attilio Speciani
17 Gennaio 2013

La prevenzione strumentale del cancro della mammella dovrebbe consentire di scoprire un tumore ancora ai primi statdi, per cui trattandolo dovremmo vedere ridotto il numero dei tumori del seno incurabili, che arrivano all'ultimo stadio. 

Si tratta di un principio basilare, su cui si confronta da sempre la medicina. Se una azione preventiva non riduce il numero delle morti tumorali, non serve: vuol dire che non si riesce ad agire sulla malattia, ma solo su quello che si crede che la malattia rappresenti. 

Fa scalpore, evidentemente, un articolo pubblicato su una delle riviste più importanti al mondo di medicina, il New England Journal of Medicine, nel novembre 2012. La valutazione super documentata di trenta anni di screening mammografico ha portato infatti alla scoperta di un numero molto elevato di cancri allo stato iniziale, che non ha per niente ridotto il numero di forme tumorali esiziali, cioè di morti per cancro del seno.

In parole più povere, scoprendo un mucchio di piccoli cancri ed operando le donne per questo problema, dovremmo vedere ridotto il numero globale di morti per cancro del seno. Invece le morti per cancro rimangono quasi uguali nonostante la individuazione mammografica di un numero decisamente elvato di forme tumorali iniziali.

Vediamo alcuni numeri, come riportati dai ricercatori statunitensi: tra il 1976 e il 2008, l'introduzione dello screening mammografico negli Stati Uniti ha raddoppiato il numero di individuazioni di cancro allo stadio iniziale. Da 112 donne per 100.000 all'anno si è arrivati a 234 per 100.000. Contemporaneamente c'è stata una riduzione del numero di casi di donne con tumore del seno allo stadio avanzato la cui incidenza è andata da 102 a 94 per 100.000. Quindi, a fronte di 122 donne per 100.000 a cui è stato diagnosticato un cancro del seno "grazie" allo screening mammografico, solo 8 hanno avuto un beneficio effettivo (cioè non sono morte), mentre le altre 114 per 100.000 sono state operate inutilmente e hanno vissuto con minore o maggiore sgomento e danni la trafila della diagnosi e del trattamento antitumorale che purtroppo tutti conosciamo.

Il numero totale di donne che in USA hanno ricevuto un trattamento probabilmente inutile sale quindi a 1.300.000 nel corso degli ultimi 30 anni. Nel solo 2008 (ultimo anno della verifica dei dati) è stata fatta una diagnosi di cancro "inutile" in 70.000 donne americane, cioè nel 31% delle donne che si sono ammalate di cancro negli Stati Uniti. Sono numeri imponenti che obbligano serie riflessioni. 

Ne derivano almeno quattro possibili considerazioni:

  1. La mammografia identifica tumori in eccesso e diventa un classico esame che diagnostica dei falsi positivi.
  2. La mammografia induce un tale danno radioattivo da generare una risposta tumorale in aumento.
  3. La mammografia identifica tumori veri (confermati da biopsia e intervento) che sarebbero guariti da soli se lasciati a se stessi.
  4. L'incidenza della forma tumorale del seno è più che raddoppiata in 30 anni, e nessuno a livello politico agisce attraverso la prevenzione primaria (nutrizione, controllo dell'insulina, attività fisica).

L'ipotesi numero 1 è numericamente sostenibile, ma non vera, perché quando poi si apre una mammella o si fa una biopsia si trova effettivamente una forma tumorale ben definita. Insomma la mammografia diagnostica dei cancri veri, che probabilmente dobbiamo imparare a conoscere meglio.

L'ipotesi numero 2, anche se ha qualche spunto di verità (è infatti ancora aperta la polemica tra chi vorrebbe una mammografia annuale a partire dai 40 anni e tra chi la richiede ogni 24-30 mesi solo a partire dai 50), non può essere considerata vera, perché la stessa statistica di mortalità emerge con valori uguali dalle poche persone che ripetono numerose mammografie come da quelle che ne hanno effettuate pochissime. 

L'ipotesi numero 4 è solo parzialmente vera (la prevalenza tumorale è infatti un po' aumentata, ma non del doppio) mentre purtroppo pochi (soprattutto in Italia) si occupano realmente della prevenzione primaria.

L'ipotesi numero 3 è quella più interessante e rivoluzionaria. I tumori trovati con la mammografia sono veri, è indubbio, ma prima che venissero scoperti con la mammografia non davano nessun segno di sé. Probabilmente regredivano spontaneamente o trovavano una condizione di quiescenza che non avrebbe portato all'evidenza clinica della malattia.

Per i soli USA parliamo di 1.300.000 donne negli ultimi 30 anni che sarebbero guarite spontaneamente dal cancro del seno. Si tratta di un numero enorme di persone, di una realtà sotto gli occhi di tutti che dovrebbe fare saltare sulla sedia politici e amministratori sanitari. Anche perché lo stesso tipo di valutazione è stata fatta anche per il cancro della prostata.

Ne deriva una sola considerazione: la mammografia va inserita in un contesto personale di valutazione e non considerata un obbligo assoluto. E in secondo luogo, di fronte a 1.300.000 donne guarite spontaneamente dal cancro del seno negli ultimi 30 anni nei soli Stati Uniti vale la pena di iniziare davvero e finalmente a studiare i meccanismi di autolimitazione e controllo della forma tumorale che ogni essere vivente è in grado di mettere in atto.

Anziché studiare solo i farmaci per colpire, dare forse valore ai comportamenti che salvano e alle integrazioni che difendono significherebbe iniziare a rispettare le persone e a comprendere i loro messaggi di malattia nel modo più giusto.