Allergie in aumento: pollini feroci o paura della guerra?
Questa stagione di pollini sembra peggiore di tutte le precedenti. Dall’Italia, come da molte altre nazioni del mondo, arrivano dati di reazioni allergiche “stagionali” che partono prima, durano più a lungo e sono molto più intense del solito.
Allergie, asma, rinite e congiuntivite di tipo allergico sembrano infatti essere decisamente più forti di quelle degli anni passati e la domanda che ci sentiamo fare dai pazienti è: “Ma perché le stesse terapie dello scorso anno non stanno funzionando a dovere?”
In un recentissimo articolo di Medscape viene confermato il peggioramento attuale dei sintomi e si tratteggiano le cause già note, come il cambiamento climatico che sta modificando in modo talvolta inaspettato i calendari pollinici.
C’è però anche un altro motivo che oggi mi sembra particolarmente evidente ed è la sensazione di immanenza del pericolo che la guerra scatena in ogni persona, e oggi purtroppo dobbiamo dire “le guerre”, al plurale considerata la imprevedibile comparsa di conflitti spesso inattesi.
La presenza di una guerra o comunque il senso di insicurezza e di instabilità che ne deriva a livello personale, sociale ed economico possono davvero condizionare la reattività allergica affiancandosi a tutte le altre cause già note.
Mi piace citare ancora una volta l’attenta analisi del Nobel Rita Levi Montalcini fatta al Congresso Europeo di Allergologia di Berlino nel 2001, in cui ha chiarito una delle possibili cause dell’aumento delle allergie nel mondo occidentalizzato.
La percezione del pericolo accentua infatti la reattività allergica e la crescita delle loro manifestazioni in condizioni di percepita insicurezza potrebbe esprimere il senso di pericolo di vita sentito dagli organismi umani, soffocati dallo stress e dall’alimentazione sbagliata (oltre che dall’inquinamento).
In quella mattina di maggio, la nostra scienziata ha spiegato ad una platea in parte sbigottita che quando l’organismo umano si trova in una condizione di pericolo per la propria vitalità e la propria sopravvivenza, vengono messe in circolo grandi quantità di neurochine, sostanze di passaggio tra cervello e sistema immunitario che stimolano la reattività delle cellule che si occupano di allergia (tra cui i mastociti). L’allergia quindi potrebbe essere un segnale di allarme dell’intero organismo.
Come molti sanno, Rita Levi Montalcini (qui il mio articolo sul nostro ultimo incontro) venne insignita del premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1986 per le sue scoperte sul NGF (Nerve Growth Factor) o fattore di crescita nervosa. Solo negli anni successivi la Montalcini ha potuto evidenziare che quella sostanza viene in realtà prodotta dagli esseri biologici tutte le volte che entrano in una condizione di pericolo vitale.
Questo significa che interpretando questi dati a livello sociale, l’aumento delle allergie potrebbe essere un segnale di forte disagio lanciato dalla specie umana.
Questo aspetto ha trovato poi conferma in uno studio del 2014 effettuato da un team di allergologi, psichiatri e virologi di diverse università statunitensi, pubblicato sugli Annals of Allergy, Asthma & Immunology, che ha confermato che la reattività allergica, evidenziata attraverso la reazione IgE mediata dei prick test, è dipendente dallo stato di ansia e sensibile allo stress.
Come dire che la soluzione di qualsiasi problema allergologico non è più legata solo alla sostanza allergizzante e alle IgE. Un terzo ingrediente (personale, legato alla psiche) entra prepotentemente in gioco e diventa possibile strumento di vera guarigione.
I ricercatori statunitensi hanno usato uno schema molto semplice, applicato alla rinite allergica. Persone con rinite allergica ben conosciuta, hanno effettuato i prick test (i “graffietti” sul braccio usati per la valutazione delle IgE per i pollini), e sono poi state sottoposte ad una prova di stress emotivo scientificamente validata, rieffettuando i “graffietti” dopo la prova.
In modo significativo, i valori di reazione cutanea sono cambiati in relazione al carico di stress effettuato, evidenziando un cambiamento più elevato nelle persone maggiormente sofferenti per la prova da stress.
È molto interessante notare che questo non avviene per i prick legati all’istamina (quelli di controllo), che rimangono immodificati. Il vero cambiamento avviene sulla maggiore o minore attivazione della risposta delle IgE, a testimoniare la possibilità dell’organismo di attivare o silenziare delle risposte in relazione alla condizione psicoemotiva. In modo rapido e non farmacologico.
Gli allergologi hanno considerato per anni i valori delle IgE specifiche come valori di difficile cambiamento, mentre il lavoro di questo team americano chiarisce che probabilmente il valore assoluto di IgE può anche restare elevato, ma di certo la loro attività cambia. Non sono più IgE ad alta affinità (che generano reazione, rinite, orticaria, asma e shock) e diventano probabilmente IgE a bassa affinità, ancora presenti nell’organismo ma innocue.
Può significare che l’organismo è sempre in grado di attivare un interruttore, una citochina o un neurotrasmettitore capace di disattivare (o attivare, all’opposto) la reazione delle IgE.
È chiaro quindi che per affrontare l’allergia, nel momento in cui questa non è vista come un difetto dell’organismo ma come una difesa, la semplice soppressione dei sintomi con antistaminici e cortisonici a lungo termine può diventare pericolosa.
Bisogna spiegarsi le cause profonde e lavorare perché ogni organismo umano ritrovi un proprio equilibrio vitale, senza sentirsi in pericolo, integrando anche gli aspetti emozionali (con possibili scelte farmacologiche ma soprattutto, e preferibilmente, con il supporto psicologico).
Senza dimenticare che dal 2023 sappiamo che un eccesso di zuccheri o di carboidrati alimentari può portare a livelli di glicazione elevati e alla comparsa di reazioni simil-allergiche per qualsiasi tipo di contatto o inalazione (pollini, alimenti, polveri o sostanze di ogni genere).
Questo in parte si affianca alla seconda domanda che i nostri pazienti ci fanno in questo periodo: “Ma perché mi sento così esausto e senza forze?”.
Proprio l’eccesso di glicazione determina una stanchezza apparentemente immotivata e che dipende invece dal fatto che il Metilgliossale (oggi perfettamente misurabile) inibisce la produzione di ATP (la benzina di muscoli e cervello) e determina la stanchezza da un lato e stimola le allergie dall’altro.
Nel nostro centro noi siamo abituati da anni a trattare le patologie allergiche attraverso percorsi terapeutici specifici che tengono sempre conto della componente alimentare e dell’infiammazione da cibo o da glicazione, della effettiva presenza delle IgE e anche ovviamente della componente individuale di tipo emotivo. Una visione integrata che consente spesso di portare verso la guarigione situazioni cliniche di persone considerate fino ad ora solo “curabili” con sintomatici.
C’è quindi ancora molta strada da fare per la scienza, anche se ogni singolo apporto o pezzettino chiarito in questa direzione contribuisce ad una visione globale e a un progetto sul futuro in cui ogni persona sia fatta di carne e di cuore e non solo da anticorpi freddamente misurabili. E capire che instabilità sociale e guerre possono solo aggravare la risposta allergica e che quindi scelte di pace fanno bene a tutti.