Perché eliminare un alimento fa male, anche se all'inizio fa stare meglio


di Michela Carola Speciani
22 Maggio 2018

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Spessissimo capita di incontrare persone che nel corso della propria vita si sono rese conto o si sono convinte di star male mangiando frumento, piuttosto che glutine, proteine del latte, lattosio o altro.

L'iter solitamente è: individuazione autonoma della sostanza che peggiora le proprie condizioni fisiche, eliminazione della sostanza, sensazione di benessere che dura talvolta anche per tempi mediamente lunghi, nuovo malessere legato all'assunzione di un nuovo alimento (spesso quello che si è introdotto in sostituzione del precedente).

Sono questi i "quattro passi dell'eliminazione" ed è chiaro che se in un primo momento il vantaggio è in spesso presente e tangibile, alla lunga non solo non si risolve la situazione (perché il disagio torna in relazione ad un altro alimento), ma in genere peggiora (perché gli alimenti che danno fastidio aumentano invece che ridursi).

Nessun cibo è cattivo di per sé: ritrovare l'amicizia con il cibo è possibile ad esempio attraverso una dieta di rotazione che mantenga una serena e sana variabilità alimentare.

Con questo meccanismo la dieta di chi vi si costringe, anche i virtù dell'assenza di controllo medico che spesso distingue questi percorsi, diventa sempre più restrittiva, con sempre meno alimenti "che non diano fastidio" disponibili da mangiare. In parallelo, anche avere una serena vita sociale diventa in genere sempre più complesso.

In primis, bisogna considerare che spesso i sintomi che si ritengono causati da una sostanza o da un grande gruppo alimentare non sono causati da questa. Uno studio italiano, ad esempio, ha dimostrato che l'86% delle persone convinte di avere qualche problema con il glutine, in realtà non avevano alcun miglioramento con l'esclusione del glutine stesso dalla dieta. Questo è uno dei motivi per cui "misurare è meglio che supporre".

Nessun alimento è malvagio in quanto tale e la stragrande maggioranza dei fastidi deriva in genere da un frequente uso degli stessi alimenti o grandi gruppi alimentari nella dieta: pensiamo ad esempio al latte consumato tutte le mattine o al frumento che è abbondantemente presente nella tipica dieta occidentale (e tanto più in quella italiana). Ma latte e frumento sono solo due delle grandi "famiglie di alimenti", chiamate per l'appunto "grandi gruppi alimentari" che sono riscontrabili nella popolazione occidentale/europea. 

Poiché i fastidi sono in genere legati a un utilizzo prolungato e frequente degli stessi grandi gruppi nella nutrizione quotidiana, il cambio di alimentazione in genere comincia a migliorare i sintomi... ma se il percorso è solo di eliminazione e non di tipi terapeutico volto a ritrovare l'amicizia col cibo, il problema tende a ricomparire in modo simile, legato a ciò che è stato usato in sostituzione. Per altro, l'eliminazione, alla lunga, rischia di essere pericolosa poiché espone, al ricontatto anche casuale, a potenziali reazioni allergiche anche importanti.

Allora dove sta la soluzione che permette di vivere in maniera serena senza rinunciare al piacere sociale di una buona cena in compagnia, agli alimenti della tradizione, mantenendo (o ritrovando) il proprio benessere?

Il segreto è una dieta di rotazione che riduca l'infiammazione generale e allo stesso tempo rieduchi all'amicizia con il cibo, mimando lo svezzamento infantile, senza bisogno di eliminare niente.

Un programma come quello che sta alla base del Food Inflammation Test (Recaller o BioMarkers) e dei percorsi terapeutici proposti presso il Centro Medico SMA di Milano mantiene il contatto con gli alimenti associati all'infiammazione in almeno 3 giorni settimanali, nel momento di dieta più stretta. Questo tipo di approccio permette di dare spazio di respiro alla propria sintomatologia, mantenendo d'altra parte un contatto con l'alimento che ritorna con il tempo ad essere sempre più sereno, fino al recupero di una vera amicizia con il cibo, tutte le volte che è possibile (non si sta parlando, ad esempio, di celiachia che rappresenta tutt'altro tipo di questione). 

Le persone che seguono questo percorso, aumentano gradualmente (e a seconda della propria sintomatologia) i momenti di reintroduzione durante la settimana, arrivando con serenità a mantenere solo uno o due giorni di attenzione alimentare settimanale, a fronte di una dieta libera e varia nel resto del tempo.

Solo in questo modo è davvero possibile guarire e stare meglio a lungo, imparando a non scappare da quello che fa paura e a reinserirlo produttivamente all'interno di una vita più sana. 

Per un approfondimento dei temi trattati, si suggerisce la lettura del libro "Le intolleranze alimentari non esistono" (Edizioni LSWR, 2019) del dottor Attilio Speciani, disponibile in qualsiasi libreria, anche online, e anche in formato Kindle e Ebook.