Tumori infantili e dell'adolescenza in rapida crescita in tutta Europa: ripensiamo la prevenzione?


di Redazione Eurosalus
26 Aprile 2005

Il dato, emerso da un lavoro internazionale di confronto e di studio a cui ha partecipato uno dei più importanti e originali epidemiologi italiani, il Prof. Franco Berrino, evidenzia circostanze che dovrebbero mettere in discussione tutte le nostre conoscenze nel campo della prevenzione in genere e della genesi tumorale in particolare.

Invece non lo fanno, e la voce di Berrino, insieme a quella degli altri scienziati passa quasi inascoltata. Le più importanti riviste di divulgazione medica hanno presentato questi risultati segnalando che in fin dei conti questo drammatico aumento percentuale di cancri nei nostri bambini è compensato da un miglior effetto delle terapie che sembrano riuscire a strappare alla morte (nei 5 anni canonici di riferimento dalla diagnosi, e solo nei paesi altamente occidentalizzati) il 75% dei malati all'Ovest e il 64% all'Est dell'Europa.

Il dato è sconvolgente. Da che nel 1970 è partito un progetto di studio internazionale sui tumori infantili e adolescenziali, si è iniziato un possibile confronto sui dati acquisiti nei vari registri nazionali.

Il lavoro proposto su Lancet analizza i dati compresi tra il 1970 e il 2000 arrivando a tragiche constatazioni. In questi 30 anni l'incidenza è aumentata dell'1% all'anno nei bambini fino ai 14 anni, e dell'1,5% all'anno per i ragazzi fino ai 19 anni, con i maggiori aumenti relativi a carcinomi, linfomi e tumori ovarici o testicolari.

Vale la pena di riprecisarlo: l'incidenza è cresciuta dell'1 o dell'1,5% ALL'ANNO, e non in totale. Il dato comparativo più problematico è l'evidenza che nei paesi cosiddetti meno sviluppati, senza alimentazione occidentalizzata, e senza vaccinazioni antinfettive, l'incidenza delle forme tumorali è esattamente identica a quella del 1970.

Per meglio capire il problema è utile ricordare la battaglia, che noi di Eurosalus condividiamo pienamente, che da anni il prof. Berrino (direttore del dipartimento di Medicina preventiva e Epidemiologia dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) sta svolgendo per cambiare le abitudini alimentari italiane, e che tocca i temi del rapporto tra cancro e resistenza insulinica, tra cancro ed assenza di attività fisica, e tra cancro e eccesso di calcio.

Questo fatto sembra però opporgli la resistenza e l'ostracismo di chi invece legge in modo commerciale i vantaggi del trattamento della osteoporosi. Il nostro sistema sanitario dovrebbe pensare con attenzione agli effetti a lunga scadenza delle polivaccinazioni.

Non si possono tralasciare dati come questi sull'aumento dei cancri in generale senza cercare dei reali dati di confronto. A fronte di numerosi studi che segnalano l'interferenza delle polivaccinazioni sul sistema immunitario, la gran parte del mondo sanitario scientifico risponde con risultati che valutano la scarsa nocività delle vaccinazioni, per quanto riguarda un tempo di valutazione estremamente ridotto, spesso limitato ai 3-5 mesi dalla inoculazione, rifiutando qualsiasi altra possibilità di studio prolungato nel tempo dei possibili effetti di interferenza.

Questo rimane ancora il più discutibile dei problemi, mentre l'evidenza del rapporto tra consumo di antibiotici e cancro e della potente azione cancerogena dovuta all'IGF1 (con una azione simile a quella dell'iperinsulinismo) è un campo in cui ormai le certezze stanno superando i dubbi.

E forse le grandi aziende potrebbero iniziare una riconversione della loro produzione di merendine ricche di grassi idrogenati vegetali e di zucchero, a favore di preparazioni più sane per i nostri bambini, guadagnando oltre che sul piano commerciale in modo più etico, anche in prestigio aziendale e in salute per tutti.