venerdì, 27 aprile 2012 13:53

Cosa dire a chi sta male?

Una persona sta male ed è possibile che chi sia attorno a questa persona non sappia davvero cosa dire o come comportarsi. Non si vuole parlare a sproposito, si vorrebbe far sentire la propria vicinanza, ma non si conosce il modo più appropriato per farlo. A toccare l’argomento è Deborah Orr, giornalista del Guardian, la quale, uscita dalla propria situazione patologica che l’ha vista a doversi gestire con un cancro, ha scritto un lungo articolo su quelle che a suo parere sono state le maniere più belle e più brutte in cui le persone attorno a lei hanno reagito alla malattia. Al primo articolo -Le 10 cose da non dire a chi è malato - ne è poi seguito un altro, che ha raccolto i commenti di maggiore rilievo, e i più esemplari, scaturiti dalla lettura dell’articolo stesso. Così il quadro è stato reso ancora più completo, facendo emergere, tra le altre cose, i dubbi ulteriori di chi si trovi davanti alla scelta di come comportarsi.

Ciò che emerge è che non esiste un modo bello o un modo brutto di comportarsi, ma solo un modo più bello di essere nei confronti di chi sta attraversando una fase a dir poco particolare. Si tratta di una vicinanza libera, che non si aspetta nulla in cambio, di un aiuto che fa domande dirette di azione, e che richiama una reale disponibilità fattiva e non solo una vicinanza, pur apprezzabile ma fatta di parole e ulteriore ansia nei confronti delle persone alle quali si vorrebbe rendere più semplice la vita.

Deborah Orr mette ad esempio tra i no un “fammi sapere se posso fare qualsiasi cosa”, e tra i un “passo a prendere i bambini a scuola alle 16”. Dai commenti al primo articolo risulta comunque chiaro e lampante che ogni cosa detta potrebbe essere quella giusta e quella sbagliata e, qualche volta, come confida deeplyblue tra i commenti, l’unica cosa davvero possibile da fare potrebbe essere andarsene (magari anche per tornare presto), per quanto difficile ciò possa essere, per una persona che vorrebbe essere vicina. Ecco dunque apparire un panorama che fa dell’ascolto, della comprensione, del rispetto (anche del silenzio, del ritiro e della riflessione, piuttosto che della voglia di scherzare e giocare e ridere) ciò che chi si trovi in una situazione particolarmente difficile vorrebbe dalla sua parte. Rispetto significa anche rispetto del dolore (se sto male io non provare a dirmi che tu stai peggio: potrebbe anche essere, ma le difficoltà di ciascuno vanno rispettate; e allora magari si può prima parlare di me e poi di te, per risolvere o essere vicini l’uno all’altro, insieme e lasciando spazio all’ascolto reciproco, se ciascuno ne ha la possibilità).

La guarigione dal cancro, come può essere qualsiasi altro momento molto particolare nella vita di ciascuno, rappresenta spesso un momento di riflessione e cambiamento di focus sul mondo stimolando una visione diversa della propria e altrui esistenza. Così le persone possono avere reazioni strane, senza che per forza debbano essere cattive e anzi, ma parte di un processo di crescita o di un percorso diverso (molto diverso) dall’usuale. Sentire l’affetto di chi è vicino è una cosa meravigliosa sempre. Sentire e sapere che c’è qualcuno che continua a voler ridere insieme a te è un aiuto dolcissimo (anche se consideriamo la risata nella sua parte terapeutica), come saper che c’è chi ti vuole bene. Deborah racconta ad esempio di un’amica che, durante il suo ricovero, l’ha fatta ridere tanto, coprendola di tubi e tubicini e decorandola sul suo letto di ospedale.

Tessaleonie, sempre tra i commenti suggerisce di andare davvero a far visita in ospedale, soprattutto dopo la seconda metà della permanenza quando “stare lì può diventare veramente noioso”. Dtb200 suggerisce di sostituire delicatamente una frase già di per sé cortese quale “come stai?” con un “come stai oggi?”, questo permette “di essere onesti, senza dover spiegare la trafila di alti e bassi passati nelle settimane trascorse”. Un fiore, una cartolina, un “ti voglio bene”, un sorriso vero che viene dal cuore, sono gesti che fanno sentire dolcemente vicini, senza necessitare di risposta e che aiutano solitamente a cercare aspetti positivi, e a tenere stretta la speranza. Non esiste quindi modo adeguato, se non quello di essere veramente e davvero, amico o amica, in maniera sentita e sincera.

Redazione Eurosalus

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