Che cos'è l'infiammazione da cibo


di Attilio Speciani
07 Luglio 2014

L'infiammazione è una esperienza condivisa da tutti, tanto che i farmaci antinfiammatori (che molti conoscono come analgesici, antifebbre, farmaci antidolorifici, antiemicranici e così via) sono in assoluto i più venduti al mondo, almeno come numero di pezzi.

L'infiammazione da cibo è una realtà ormai certa e la vera novità è che oggi è possibile misurarla e definirla (verificando i valori di BAFF e di PAF), andando quindi al di là della conoscenza di VES e PCR che da oltre 50 anni restano incredibilmente gli unici due "indicatori di infiammazione" usati dalla medicina.

La medicina moderna si confronta invece quotidianamente con fenomeni di infiammazione a bassa intensità che spesso durano a lungo nel tempo e che per anni sono stati scarsamente compresi.

Il sospetto che l'alimentazione potesse avere un ruolo importante in questa situazione è sempre stato molto forte, ma i ricercatori si sono spesso avvicinati in modo controverso al tema delle cosiddette intolleranze alimentari scontrandosi con pregiudizi, petizioni di principio e pratiche diagnostiche dubbie.

Il mondo scientifico si è quasi immobilizzato nella controversa ricerca di un tipo di anticorpo o di un altro, quando la realtà clinica e la ricerca hanno già consentito di capire che qualsiasi cibo può provocare in persone sensibilizzate la produzione di citochine e sostanze infiammatorie che provocano tutta la sequenza di sintomi, malattie e disturbi messi precedentemente in relazione con le cosiddette intolleranze alimentari.

La scoperta che un alimento può indurre la produzione di BAFF (B Cell Activating Factor) o di PAF (Platelet Activating Factor) e provocare tutti i sintomi infiammatori che usualmente sono ascritti al cibo risale a qualche anno fa, ma solo da poco viene applicata seriamente in ambito clinico.

Eppure proprio i valori di BAFF (misurabili attraverso un test per la valutazione della infiammazione da cibo) consentono di capire il livello di infiammazione correlata al cibo eventualmente presente in una persona e di agire in conseguenza per aiutare a ridurre quella stessa infiammazione e a controllarne gli effetti sulla salute.

La recente definizione della "Gluten sensitivity" (una intolleranza al glutine che provoca gli stessi sintomi della celiachia senza esserla e che riguarda anche oltre il 20% della popolazione sana) ha gettato altre luci sui fenomeni infiammatori da cibo.

La reazione al glutine (spesso indistinguibile sul piano clinico da quella della celiachia) è dovuta solo alla attivazione delle reazioni infiammatorie difensive dell'organismo.

In termini scientifici si parla della attivazione dei Toll Like Receptors 2 (TLR2), recettori che svolgono nell'organismo la funzione di segnalare un pericolo (in quel caso il superamento di un livello di soglia dell'assunzione alimentare ripetuta) e manifestano la reazione infiammatoria come fosse una "luce di allarme" perché si cambi il comportamento alimentare.

Se poi l'avvertimento non è ascoltato, le conseguenze possono essere anche gravi.

Malattie immunologiche importanti come il Lupus Eritematoso Sistemico (LES) o l'Artrite reumatoide sono sicuramente in connessione con questo tipo di infiammazione, ma senza arrivare a queste condizioni limite il semplice fatto di ingrassare in modo non compreso (per effetto sulla resistenza insulinica) o soffrire di colite è certamente in relazione con questi aspetti infiammatori.

La frequenza di sindromi infiammatorie o autoimmuni dovute ad una reazione da lieviti e sostanze fermentate è in continuo aumento

Lo studio di queste condizioni passa oggi, in modo moderno e congruo con le ultime ricerche scientifiche, attraverso la definizione di una infiammazione da cibo, misurabile in entità, con la valutazione di BAFF e di PAF, dalla evidenza di esami ematici come il complemento (C3 e C4), del numero di Globuli Bianchi e del numero di eosinofili (che in questi casi spesso sono alti) e dalla definizione dei profili alimentari individuali.

Un obiettivo per la salute è quello di creare tolleranza immunologica, di recuperare la tolleranza quando questa è stata persa, di imparare a mangiare in modo vario e sano senza inutili restrizioni.

Grazie alle scoperte di Finkelman abbiamo capito che le Immunoglobuline G (IgG) nei confronti di un alimento possono essere semplicemente il segno di una precedente attivazione immunologica nei confronti di quel cibo (come quando da piccoli si è sofferto di una particolare reazione alimentare) oppure indicare, in accordo agli studi di Ligaarden l'eccessiva utilizzazione di un alimento o la sua assunzione ripetuta e sistematica in caso di quantità ridotte.

Quindi le stesse IgG verso gli alimenti devono essere valutate per quello che sono: un segnale dell'avvenuto contatto immunologico con l'alimento e una guida per impostare un approccio alimentare di riequilibrio verso quel gruppo alimentare o quell'alimento.

Usando le IgG come segnale di "avvenuto contatto" o come indicatori di un eccessivo utilizzo alimentare attuale, si può aiutare l'organismo a recuperare un controllo immunologico della risposta al cibo attraverso una pratica in tutto simile allo svezzamento infantile, ripercorrendo un percorso fisiologico di salute alimentare e immunologica.

Nel percorso alimentare verso la guarigione molti supporti naturali possono aiutare il recupero della tolleranza e il controllo della infiammazione.

Da anni, nel nostro centro di Milano, seguiamo le persone che vogliono guarire da un'infiammazione dovuta al cibo, attraverso specifici percorsi terapeutici.

Fitoterapici come olio di Perilla, olio di Ribes nero e Curcuma. Antiossidanti come l'acido lipoico (presente in Stimun-Ox 800 e Lipoic cannella ad esempio), riequilibranti intestinali come il colostro (IgComplex) e alcuni ceppi di probiotici, senza dimenticare la potente azione di controllo antigenico esercitata dagli enzimi alimentari (Zerotox Enzimi).

Quando la digestione non è adeguata, gli antigeni alimentari che dovrebbero essere digeriti, arrivano invece a livello intestinale dove possono diventare causa di reazione e infiammazione. L'uso di enzimi specifici può attenuare o risolvere questo tipo di problema.

UPDATE: A seguito della pubblicazione sul Corriere della Sera di un importante articolo di Adriana Bazzi sulla "Visione infiammatoria delle intolleranze", di infiammazione da cibo e intolleranze alimentari abbiamo discusso approfonditamente in un incontro pubblico al Corriere della Sera, il 12 aprile 2012, trasmesso in diretta web su Corriere.it. Su Leifoodie (RCS), inoltre, alcuni articoli di Manuela Florio e alcuni video aiutano ad approfondire questi temi.