Pochi carboidrati meglio che pochi grassi? Un articolo del New England Journal of Medicine...


di Redazione Eurosalus
30 Maggio 2003

Due dati:

  1. Nella popolazione generale il consumo di grassi è drasticamente diminuito.
  2. Siamo tutti più grassi, soprattutto i bambini (che maggiormente hanno beneficiato delle diete povere di grassi).

Ma allora cosa sta succedendo?

Oggi è presto per dirlo, ma, forse, una rivoluzione è in atto.

Più che dai grassi, dobbiamo guardarci dai carboidrati (soprattutto dagli zuccheri semplici).

Sull'ultimo numero del New England Journal of Medicine (vol. 348 n.21) è comparso un articolo (F.F. Samaha et al.) che confronta gli effetti sulla diminuzione del peso corporeo e sui fattori di rischio cardiovascolare di due diete della durata di 6 mesi: una classica povera di grassi, ed una nuova povera di carboidrati.

Ecco i risultati:

il gruppo di persone che ha seguito la dieta povera di carboidrati ha ottenuto i seguenti risultati:

  • maggiore perdita di peso
  • maggiore diminuzione dei trigliceridi nel sangue
  • maggiore diminuzione del colesterolo totale nel sangue.

Gli autori raccomandano cautela nell'interpretazione di questi dati, e noi siamo assolutamente d'accordo.

Va detto, innanzitutto che il numero di soggetti (132) dello studio non è particolarmente alto, e che la durata dello studio è, tutto sommato, breve.

A nostro avviso lo studio deve costituire una base di confronto e partenza per integrare, più che rivedere, le nostre convinzioni in materia di nutrizione.

Ecco perché a noi interessa molto di più ragionare sulle possibili spiegazioni dei fenomeni osservati più che celebrare quella che potrebbe sembrare una conferma di una piccola-grande rivoluzione. 

Infatti, l'imminente rivisitazione della celebre piramide alimentare è, di per sé, il segno più tangibile della trasformazione in atto alla quale stiamo assistendo: cereali e derivati (come pasta, pane, riso ecc) non sono più la base di una corretta alimentazione, e possono anche non essere consumati quotidianamente; ciò che invece proprio non può mancare sulla nostra tavola, ad ogni pasto, è la verdura e la frutta.

Alcuni spunti di riflessione:

  • nello studio si parla di diminuzione del peso come parametro unico per valutare il dimagramento e non si fa riferimento a massa magra e massa grassa. È questo un limite importante. La diminuzione del peso può essere dovuta a molti fattori diversi dalla perdita di massa grassa che è l'unico dimagramento "sano"; come, per esempio la perdita di acqua e muscoli (che è più facile si sia verificata in coloro che hanno mangiato pochi carboidrati e quindi consumato le scorte di glicogeno - e dell'acqua ad esso legata - senza poterle facilmente rimpiazzare.
  • Tra le 132 persone che hanno partecipato allo studio solo la metà è riuscita a seguire la dieta per 6 mesi. E tra coloro che seguivano la dieta povera di grassi la percentuale di abbandono è stata più alta.

A nostro avviso questo dato è degno di particolare attenzione.

Gli autori suggeriscono che la dieta povera di carboidrati ha dei forti elementi di novità che possono aver destato la curiosità prima e la maggiore costanza poi, dei soggetti che l'hanno seguita.

Noi vogliamo aggiungere che è molto probabile che le persone che seguivano la dieta povera di carboidrati (ma ricca di proteine e grassi) hanno sofferto la fame meno e meno frequentemente. Infatti i cibi grassi danno sazietà (stimolando il rilascio di colecistochina) e i pochi zuccheri evitano l'aumento della concentrazione di insulina (che a sua volta porta, gradualmente, ad avere fame).

Ma il dato più preoccupante è che, indipendentemente dalla dieta seguita, solo la metà delle persone è riuscita a mantenere delle sane abitudini alimentari per un periodo di 6 mesi. E ciò, nonostante si sia trattato di persone obese (e non semplicemente sovrappeso), seguite quotidianamente sia per il controllo della dieta e del peso che nell'ambito di veri e propri gruppi di auto-aiuto (una sorta di psicoterapia di gruppo di supporto). C'è da chiedersi come sia stato gestito quello che tecnicamente si chiama nutritional & dietary counseling.

La nostra impressione è che ci sia un forte ritardo non solo e non tanto in ambito nutrizionale, ma soprattutto in ambito alimentare. 

È oggi indispensabile comprendere che l'alimentazione è un comportamento complesso ed articolato che va conosciuto ed indagato con attenzione, in ogni singolo paziente. Non esistono consigli (e quindi diete) validi per tutti, perché non esistono condizioni di partenza uguali a priori: ogni errore alimentare e/o nutrizionale ha la sua storia e le sue cause, che vanno conosciute.

La nostra speranza è che, vista l'autorevolezza della rivista che ha ospitato lo studio sopracitato, il dibattito possa finalmente diffondersi in un clima di sereno confronto, senza contrapposizioni più ideologiche che scientifiche.