Tanti buoni caffè per prevenire il cancro del colon?


di Attilio Speciani
11 Dicembre 2012

Una volta era solo veleno, mentre oggi si scoprono ogni giorno nuovi effetti positivi. In particolare, l'effetto protettivo sui tumori del colon deriva da un lavoro molto vasto, effettuato dal Dipartimento di Epidemiologia Nutrizionale del National Cancer Institute statunitense e pubblicato da poco sull'American Journal of Nutrition.

I dati sono molto chiari e hanno messo a confronto le abitudini di assunzione di tè e caffè (sia con caffeina sia decaffeinato) di quasi 500.000 cittadini statunitensi seguiti clinicamente per oltre 10 anni, verificando la comparsa dei tumori del colon e della loro localizzazione, a confronto con la quantità di caffè o tè utilizzata.

La statistica ci consente di affermare che già l'apporto di 4 tazze al giorno ha una certa azione di protezione, ma che il massimo della protezione si ha per quantità superiori alle 5 tazze. In merito alla localizzazione le forme maggiormente controllate sono state quelle del colon ascendente (destro) e in minore misura quelle del colon discendente (sinistro). L'assunzione di tè non ha avuto nessun tipo di azione protettiva.

È ovvio quindi che lo stesso centro di ricerca preveda di approfondire gli studi su altre diverse sostanze che compongono il caffè, indagando nuovi possibili filoni farmacologici, ma noi in redazione abbiamo discusso il tema alla luce di altre considerazioni generali che non sono necessariamente legate alla diversa composizione in alcaloidi della "tazzina".

I dubbi più importanti sono legati ai questionari alimentari autosomministrati, come quelli usati in questo lavoro, e proposti ai partecipanti nel 1995 e 1996. Ci sono molti dubbi sull'efficacia dei questionari alimentari, anche se sono stati validati nel corso del tempo.

La loro interpretazione può rendere lecita un'affermazione in un lavoro e documentare l'esatto contrario in un altro. In molti casi, soprattutto per gli alimenti, la "documentata" relazione tra cancro e cibo può essere del tutto inattendibile, come discusso pochi giorni fa in un articolo del'American Journal of Clinical Nutrition (Is everything we eat associated with cancer? A systematic cookbook review - Am J Clin Nutr 2012 ajcn.047142; First published online November 28, 2012), ricevuto in redazione grazie ad una segnalazione del sempre attivo Paolo Roberti di Sarsina (responsabile italiano OMS per la medicina complementare).

Sono poi lecite altre considerazioni:

  • è possibile che l'effetto protettivo del caffè sia dovuto alla "attività frenetica" di chi ne abusa?
  • si può pensare all'effetto protettivo di un comportamento vitale piuttosto che alla azione di un alcaloide del caffè?
  • è possibile che la mancata protezione del tè sia dovuta alla maggiore abitudine a zuccherarlo e a berlo con biscotti o dolcetti, inducendo una risposta iperinsulinemica?
  • Infine poi, è possibile che l'azione protettiva del caffè sia dovuta alla sua azione antiallergica (legata agli inibitori delle fosfodiesterasi che contiene) che vanno ad agire sull'infiammazione da cibo?

Di certo questi dubbi sono leciti e fanno prendere con la dovuta cautela qualsiasi lavoro che documenti effetti eclatanti nella prevenzione tumorale, come per altro anche quelli opposti, che documentano effetti terribili nella induzione del cancro da parte di certi alimenti.

Stiamo con i piedi ben piantati per terra quindi, e nella nostra valutazione diamo credito agli studi documentati, ripetuti e fatti su grande scala che la World Cancer Research Fund (WCRF) sta facendo da anni e di cui spesso Eurosalus scrive, che hanno dalla loro una solidità e una strutturazione di analisi che manca a molti lavori di altra provenienza.

Senza togliere che le due tazze di caffè bevute scrivendo questo articolo mi hanno sicuramente fatto bene...