Il peperoncino può salvare dalle malattie del cuore?

15 Ottobre 2023
Il peperoncino può salvare dalle malattie del cuore?

Una review della letteratura già esistente sulla capsaicina contenuta nel peperoncino rosso e pubblicata nel 2022 su Biomolecules conferma ancora una volta l’utilità del peperoncino, a dosaggi ancora accettabili sul piano culinario, nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. 

Cercando su internet notizie sul peperoncino rosso si è sommersi da messaggi di ogni tipo sulla sua azione dimagrante ma questa è solo pubblicità. Il peperoncino ha una azione protettiva dalla sindrome metabolica e quindi sostiene anche il metabolismo, ma chi crede di perdere “7 chili in 7 giorni” mangiando peperoncino si illude grandemente. 

In realtà ci sono degli spunti interessanti relativi al peperoncino, che attiva un particolare recettore (si chiama TRPV1) che entra in azione anche con il calore ambientale. Questo è il motivo per cui i sintomi da “peperoncino” (come l’arrossamento in viso e l’avvampare della pelle) sono simili a quelli dati dall’aumento della temperatura. 

La review citata in apertura ha rivisto anche gli esperimenti che hanno confermato l’azione della capsaicina sulla sindrome metabolica e quindi sul metabolismo degli zuccheri e dei grassi, evidenziando che la sua azione si manifesta sui recettori del grasso viscerale (soprattutto quello mesenterico).

Il peperoncino ha una importante azione antinfiammatoria e contribuisce al controllo della sindrome metabolica.

Il lavoro valuta criticamente le prove sperimentali e cliniche disponibili a favore e contro la capsaicina alimentare come mezzo dietetico efficace per migliorare la salute cardio-metabolica e giunge alla conclusione che sebbene una dieta ricca di peperoncino sia associata a un ridotto rischio di morte per malattie cardiovascolari, la capsaicina alimentare non ha un chiaro effetto diretto sulla glicemia o sui profili lipidici.

L’autore ritiene quindi che la riduzione del rischio di mortalità potrebbe riflettere l’azione benefica della capsaicina sul microbiota intestinale che a sua volta modifica in modo salutare il metabolismo.

Nella nostra pluriennale esperienza clinica abbiamo utilizzato (e usiamo ancora oggi) la capsaicina, con dosaggi ponderali molto bassi vista la sua potenza, per ottenere una azione antinfiammatoria e antiallergica a livello delle mucose nasali e in alcune forme di prurito oltre che per attivare una azione di modulazione immunologica nella vitiligine. La capsaicina stimola una immediata risposta starnutatoria che lascia poi per decine di ore il naso “a riposo” e ha dunque una potente azione antinfiammatoria.

Se quindi alcuni lavori ci dicono che ha azione metabolica, potrebbe dipendere dalla riduzione dell’infiammazione che induce nell’organismo.

È ormai documentato che una citochina infiammatoria come il BAFF (legato alla ripetizione alimentare) abbia una forte azione di stimolo all’aumento della massa grassa e la sua riduzione o il suo controllo nutrizionale possono facilitare la perdita del grasso in eccesso. 

Questo è il motivo per cui nel centro SMA in cui lavoriamo, insegniamo ai nostri pazienti che è necessario controllare il livello di infiammazione e di glicazione per migliorare la propria composizione corporea, lo stato infiammatorio e la propria salute personalizzando le scelte alimentari per migliorare il rapporto con gli zuccheri e controllare l’infiammazione da alimenti. 

Come abituarsi a ridurre gradualmente le dosi di zucchero è fondamentale per aiutare il palato ad abituarsi a gusti meno dolci in breve tempo, sarà probabilmente utile aiutarsi anche a percepire il piccante in modo più consueto. Parliamo comunque sempre del peperoncino, che è atossico per le dosi usuali, e non del pepe che ha dei limiti importanti alla assunzione continuativa. 

Anche un lavoro pubblicato nell’Agosto 2015 sul prestigioso British Medical Journal ha definito che l’utilizzazione di cibi piccanti nell’alimentazione quotidiana migliora in modo altamente significativo il rischio di mortalità per tutte le cause rispetto alle persone che non mangiano cibi piccanti. Chi consuma cibo piccante per 6-7 volte alla settimana ha un rischio di morte per tutte le cause che è del 14% in meno rispetto a chi consuma cibi piccanti solo 1 volta alla settimana o meno.

L’esecuzione di un Glyco test o di un test PerMè (descritti sul sito di GEKLab dove è possibile effettuare un questionario di orientamento) potrebbe essere già una delle strategie possibili per mettere in atto delle indicazioni nutrizionali specifiche e personalizzate per il recupero e il mantenimento del proprio benessere, condendo poi i piatti con un po’ di peperoncino…