Alzheimer e demenza: mens sana in corpore sano, davvero!


di Mattia Cappelletti
07 Aprile 2017

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L'invecchiamento della popolazione fa sì che le malattie tipiche dell’età più avanzata diventino sempre più frequenti. Tra queste ricordiamo le malattie neurodegenerative (Alzheimer, deficit cognitivi, demenza…), che hanno un ruolo di primo piano sia dal punto di vista “numerico” che per l'impatto sulla vita del paziente e di chi lo circonda.

Dato che purtroppo non si può fermare l'avanzare del tempo, numerosi studi hanno investigato differenti approcci in senso preventivo e preventivo-curativo nei confronti di queste malattie.

Tra questi spicca un lavoro pubblicato in febbraio in cui si è cercato di investigare il ruolo dell'attività fisica nella prevenzione e nel miglioramento di queste condizioni. Sembra sempre più vero il detto latino “mens sana in corpore sano”.

Lo studio ribadisce i benefici dell’attività fisica (e quindi anche della massa magra) di cui abbiamo già ampiamente discusso e si concentra sui benefici che l'attività fisica dimostra sia a lungo che a breve termine e sul rischio di sviluppo di queste malattie.

Iniziare a praticare attività fisica, a qualunque età, migliora le capacità cognitive e la velocità di processazione neuronale, oltre a ridurre l'incidenza di depressione (che si correla strettamente con lo sviluppo di demenza ed Alzheimer).

Per quanto riguarda i benefici a lungo termine, si è evidenziato come l’inizio di attività fisica a qualunque età (sì, avete letto bene, “qualunque”) migliori le capacità cognitive e la velocità di processazione neuronale.

Inoltre, come abbiamo già visto, praticare sport riduce l'incidenza di depressione, la quale è a sua volta strettamente correlata allo sviluppo di demenza e di Alzheimer in individui con suscettibilità genetica.

Ovviamente iniziare a praticare attività fisica ad un'età minore e mantenersi attivi durante tutta la vita è la chiave per ottenere i massimi risultati.

Per quanto riguarda gli effetti a breve termine, i risultati sono più sfumati, ma tutti nella direzione del miglioramento delle condizioni di partenza. Si è visto come anche solo esercizi di stretching compiuti una volta a settimana siano in grado di migliorare le capacità cognitive, anche se un impegno minimo ed a breve termine tende a produrre risultati che sono anch'essi di breve durata. 

Un'area di maggior interesse è quella che coinvolge l'allenamento di “forza”. Questo si è dimostrato aumentare le capacità cognitive e prevenire la perdita di massa cerebrale nei soggetti anziani. 

Anche dopo un anno di allenamento “completo”, ovvero comprendente allenamenti sia di “forza” che di “equilibrio”, è stata evidenziata una promozione della memoria, una riduzione dell’atrofia corticale ed un aumento della forza muscolare nei 2 anni successivi. 

In generale gli studi sono concordi nel dire che un esercizio di “forza” sia efficace nel migliorare la funzionalità cognitiva.

Analizzando l'effetto dell'attività fisica sul rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa la novità più importante emerge dal fatto che il criterio di intensità dell'esercizio ha un ruolo predominante: l'attività fisica almeno moderata nelle persone sopra i 65 anni di età si è dimostrata la più efficace. Questo tipo di attività, quella “almeno moderata”, rappresenta quindi l'obiettivo minimo a cui puntare.

Un ultimo punto dello studio è stato dedicato all'azione dell'attività fisica in persone già affette da deficit cognitivi, da lievi a severi. Anche in questo caso, l'evidenza è di miglioramento del quadro.

Concludendo, l'attività fisica si è dimostrata efficace sia a breve che a lungo termine nella protezione dallo sviluppo e dalla progressione delle malattie neurodegenerative, aggiungendo questo effetto alla lunga lista di benefici a cui porta la pratica regolare di sport.

Bibliografia essenziale

  1. Gallaway PJ, Miyake H, Buchowski MS, Shimada M, Yoshitake Y, Kim AS et al. Physical Activity: A Viable Way to Reduce the Risks of Mild Cognitive Impairment, Alzheimer’s Disease, and Vascular Dementia in Older Adults. Brain Sci 2017;7:E22.