Attività fisica: troppa fa davvero male?


di Mattia Cappelletti
10 Novembre 2017

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È di questa settimana la pubblicazione dei dati di uno studio, ripresi dai maggiori quotidiani nazionali, secondo cui un “eccesso” di attività fisica si correla con un maggior rischio di insorgenza di placche coronariche.

Lo studio a cui si fa riferimento è il CARDIA (Coronary Artery Risk Development in Young Adults) e si articola su ben 25 anni di osservazione di diverse migliaia di persone. I dati relativi all'allenamento si basano su 3175 di queste, che sono state ulteriormente divise in 3 categorie a seconda del loro grado di attività (rispetto alle indicazioni OMS): insufficiente, sufficiente e oltre 3 volte le raccomandazioni.

Il dato che ha suscitato stupore è che proprio quest'ultimo gruppo (quello dei più attivi) risultava avere il maggior sviluppo di placche coronariche calcifiche dopo i 25 anni di osservazione, portando quindi ad affermare che vi è un aumentato rischio di sviluppo di placche coronariche con lo svolgimento di abbondante attività fisica.

Il dato che ha suscitato stupore è che il gruppo delle persone più attive risultava avere il maggior rischio di sviluppare placche coronariche. Sono però necessari dei distinguo per poter interpretare questi dati e cercare di comprenderli.

Sono però necessari dei distinguo, parte dei quali vengono già espressi nello studio (ma non riportati dai media), per poter interpretare questi dati e cercare di comprenderli.

Innanzitutto si tratta di uno studio osservazionale (in cui quindi non sono state “fatte cose” da parte degli sperimentatori) e quindi non si può stabilire una causalità, ma solo una relazione tra gli eventi.

Un secondo punto fondamentale è che i 3 gruppi differiscono grandemente per numero di soggetti al loro interno (rispettivamente 1813, 1094 e 268). Questo implica che variazioni nel gruppo più piccolo assumono una maggiore rilevanza (esempio: 1 caso su 100 oppure 1 caso su 3) e possono portare ad un errore che in statistica viene definito “overpowering” ovvero “potenziare” l'effetto dei casi nei gruppi minori (nell'esempio: leggere come 1% il primo e 33% il secondo).

Vi sono anche dei limiti e dei dati che vengono evidenziati dagli stessi ricercatori: il gruppo “molto attivo” ha avuto negli anni la maggior riduzione di esercizio fisico, e l'aumento delle placche si è visto essere vero solo per i maschi bianchi e non per gli altri gruppi razziali e/o di genere.

Sebbene non sia l'unico studio ad evidenziare un aumentato rischio per i soggetti estremamente attivi, la presenza di un maggior numero di placche calcifiche potrebbe anche essere espressione di un maggior numero di placche “stabili” e quindi associarsi ad un rischio cardiovascolare non aumentato.

Dato invece non sorprendente: gli individui meno attivi avevano un maggior rischio di sviluppare diabete ed ipertensione.

In conclusione quindi cosa possiamo imparare dai dati di questo studio? 

Avere una misura nelle cose è sicuramente il modo migliore per poter vivere in salute, a lungo. L'aspetto nutrizionale, non valutato in questo contesto, è tutt'altro che secondario nel controllo del benessere e nella prevenzione di problematiche quali diabete e malattie cardiovascolari.

Un allenamento completo e corretto, e che rispetti il giusto tempo di recupero e riposo, è sicuramente fondamentale per il benessere.

Mangiare ed allenarsi “con la testa” si rivela ancora una volta essere la scelta vincente.

Bibliografia essenziale