Quando la mente può cambiare il corso di una malattia: la lezione di Chopra


di Attilio Speciani
26 Maggio 2014

L'interazione tra mente e corpo affascina e spaventa allo stesso tempo.

Per formazione so che siamo fatti di mente e carne e che entrambe le parti interagiscono tra di loro e con l'ambienete esterno. Si tratta di una realtà meravigliosa che consente di mantenere la salute o di ottenere la guarigione attraverso l'integrazione di più aspetti, senza porre confini alle possibilità che questa interazione consente. 

Meditazione, giusto uso di farmaci, alimentazione, esercizio fisico, integrazione vitaminica e minerale, giusta quantità di sonno e controllo dell'infiammazione sono tutti strumenti efficaci che consentono di agire allo stesso tempo sul corpo e sulla psiche per raggiungere e mantenere il benessere.

Eppure per molti è più rassicurante tenere la coscienza e la consapevolezza di sé separate dal corpo, evitando qualsiasi intromissione tra le due sfere, che sono invece parte integrante dell'essere umano.

Riconoscere che esiste un'interferenza della mente sul riequilibrio di una malattia significa rimettersi in discussione, accettare che le proprie scelte influiscano sulla salute.

Per molti, che mangiano male, vivono male, sono arrabbiati ogni giorno e non vivono né cercano rapporti di amore, è più comodo pensare che la malattia sia solo l'espressione della "sfortuna" e che i farmaci, che arrivano dall'esterno, siano l'unica soluzione a questo tipo di problema.

Quando si documenta, in modo scientifico e inequivocabile che l'epigenetica (alimentazione, meditazione, integrazione nutrizionale, stile di vita, pensiero, qualità del sonno) è in grado di modificare e controllare l'attività di geni e cromosomi, anche di quelli "cattivi" che possono facilitare e indurre malattia e morte, si è fatto un enorme passo verso il futuro e verso la consapevolezza della propria salute.

Durante la mia recente intervista a Deepak Chopra (medico endocrinologo statunitense di origine indiana, sicuramente tra i più importanti rappresentanti al mondo della medicina olistica) abbiamo discusso dei lavori scientifici che di recente hanno documentato gli effetti della meditazione o della pratica dello Yoga sui telomeri cellulari, su quelle parti di cromosoma che governano la lunghezza della vita cellulare, e su altri indicatori biologici. Allungare i telomeri significa allungare la vita, o migliorarne almeno la qualità.

I primi dati scientifici forti sono arrivati dai lavori di Schneider, pubblicati nel 2012 su Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes in cui oltre 200 tra uomini e donne di colore, con grave malattia coronarica, seguiti per oltre 5 anni, guidati ad una pratica di meditazione quotidiana, hanno avuto un netto miglioramento delle condizioni cliniche e della sopravvivenza rispetto ai controlli che anziché meditare hanno solo ricevuto informazioni su comportamenti salutari (Scheider RH et al, Circ Cardiovasc Qual Outcomes. 2012 Nov;5(6):750-8. doi: 10.1161/CIRCOUTCOMES.112.967406. Epub 2012 Nov 13).

Sappiamo però che oggi la Scienza chiede documentazioni effettive dei meccanismi che intervengono nei cambiamenti patologici, così, riprendendo gli studi di Epel pubblicati nel 2009 sugli Annals della New York Academy of Science, un gruppo di ricercatori norvegesi ha pubblicato nel 2013 su PLoS One i risultati di una ricerca che ha definito che una attività di meditazione Yoga, in soli 4 giorni, confrontata con semplici esercizi di respirazione e ascolto di musica, ha portato alla modifica della attivazione di 111 geni rispetto ai 34 modificati dalla musica (Qu S et al, PLoS One. 2013 Apr 17;8(4):e61910. doi: 10.1371/journal.pone.0061910. Print 2013).

E non solo. Dall'altra parte dell'oceano Atlantico, negli USA, un altro gruppo di ricerca californiano pubblicava su International Journal of Geriatric Psychiatry i risultati di uno studio che dimostrava su 39 persone che per 8 settimane hanno meditato 12 minuti al giorno (il gruppo di controllo ascoltava musica rilassandosi) un significativo e importante miglioramento dello stato depressivo, ma soprattutto un cambiamento della attività della telomerasi, enzima fondamentale per la salute della cellula e del prolungamento della vita (Lavretsky H et al, Int J Geriatr Psychiatry. 2013 Jan;28(1):57-65. doi: 10.1002/gps.3790. Epub 2012 Mar 11).

Nei giorni scorsi, gli australiani Schutte e Malouff hanno reso pubblici i risultati di una meta analisi sui lavori finora pubblicati sul rapporto tra telomeri e meditazione, confermando una significativa positività dei risultati che richiedono oggi di essere ulteriormente approfonditi; di certo però sappiamo che non si parla di ipotesi fantasiose o di congetture "new age", ma di dati scientifici documentati che possono e devono ridefinire il modo in cui si pensa la salute e la malattia (Schutte NS et al, Psychoneuroendocrinology. 2014 Apr;42:45-8. doi: 10.1016/j.psyneuen.2013.12.017. Epub 2014 Jan 7).

E durante l'intervista con Deepak, il fatto che in altre ricerche si sia verificato il cambio della attività della telomerasi in soli 4 giorni di meditazione quotidiana (bastano 12 minuti ogni giorno) ci ha consentito di espandere il nostro discorso sul significato della malattia e della guarigione e sulla possibilità di usare alcuni biomarkers infiammatori (come ad esempio BAFF e PAF, che stiamo valutando nelle nostre analisi dei profili alimentari individuali) come chiave di lettura "fisica" di un cambiamento dello stile di vita (alimentare e psicofisico al tempo stesso).

Fin dal 1989 (anno di uscita del suo importantissimo libro "Quantum Healing", tradotto in Italia con il titolo "Il guaritore interno") ho suggerito la lettura del suo libro a molti miei pazienti affetti da grave patologie. In molti casi, anche la semplice lettura ha consentito di innescare un processo di guarigione che ha affiancato e supportato l'azione dei farmaci e dei cambi comportamentali.

Oggi, rispetto ad allora, molte più persone stanno sottoponendo a verifica una visione del mondo legata ad una esclusiva concezione materialistica. Sempre più persone capiscono che la realtà dell'uomo è composta da carne e spirito, da coscienza e corpo, e che solo l'unione di queste due componenti consente di vivere la propria vita in modo pieno e felice.

Questo punto è per Chopra della massima importanza. Per guarire serve iniziare un cammino specifico di consapevolezza, e quando gli ho chiesto cosa farebbe se dovesse ammalarsi e quali forme di terapia accetterebbe mi ha risposto in modo sincero e illuminante. Mi ha detto che fino ad ora non è mai stato ammalato e non ha mai avuto bisogno di cure specifiche o di interventi chirurgici, aggiungendo:

  1. Se dovessi ammalarmi, e non lo desidero, chiederei di evitare un eccesso di cure per la sopravvivenza.
  2. Voglio evitare di morire in un ospedale.
  3. Vorrei evitare l'utilizzo di procedure eccessivamente invasive o tossiche.
  4. Vorrei potere morire in pace, nello stesso stato in cui ho vissuto.

Chopra ha aggiunto una frase che che ritengo fondamentale per comprendere il suo pensiero: "La qualità della morte di una persona rispecchia la qualità della sua vita". Noi usiamo un proverbio che cita "Chi vive solo muore solo", che in parte riprende lo stesso concetto, ma la voce di Chopra e la lettura del suo metalinguaggio corporeo mi hanno confermato che la sua vita è profondamente immersa in questa concezione del mondo e nella sua proiezione sul futuro.

Mente e cervello sono due aspetti complementari del nostro comportamento. Uno e l'altra intervengono, spesso insieme, per orientare il nostro stile di vita.

La ricetta di Chopra per vivere felici e per vivere sani passa attraverso un richiamo a una pratica quotidiana, quello che lui definisce "A daily ritual of discipline", un rituale quotidiano di disciplina, che comprende la consapevolezza del proprio corpo, una riflessione su se stessi (chi sono io?) e la meditazione.

Si tratta di strumenti che tutti abbiamo a disposizione, per continuare ad essere sani, per continuare a crescere, in pace.