L'unicità ha un peso, dieta vegetariana e anoressia a confronto


di Michela Carola Speciani
07 Settembre 2012

Si rifletta qualche momento sul fatto che avere un disturbo alimentare sia difficile per tutti.

Si inizia guardandosi e trovando qualcosa che non va. Spesso accade che questo qualcosa sia la propria pancia, o i propri fianchi, poiché a quelli ci si può aggrappare. Giacchè esiste la convinzione latente che se non ci fosse cibo si sarebbe tutti come Naomi Campbell o Brad Pitt (per avere delle cosce più simili a quelle di Naomi Campbell o un fisico simile a quello di Brad Pitt servono generalmente buone quantità di cibo ben abbinato e diversificato, e sport), allora si comincia a cercare strategie per non mangiare, o per mangiare meno, nella speranza di svegliarsi un giorno e ritrovarsi diversi da come si è.

Ecco che cominciano le difficoltà, e lo sa bene chiunque sia passato attraverso qualcosa di simile. Le persone che stanno attorno e che vogliono più o meno bene si accorgono di un atteggiamento strano dal normale o diverso dal solito. Le porzioni sempre piccole cominciano paradossalmente a dare nell'occhio e le richieste di spiegazioni arrivano come una pioggia. Allora si comincia a spiegare che non si sta bene, si ha mal di pancia, si ha mangiato tanto nei giorni passati.

Le scuse poi non bastano più, e rifiutare il cibo diventa impegnativo. Intanto si dimagrisce fino, nei casi peggiori, a diventare più o meno orribilmente spettrali, senza comunque essere in grado di piacersi (perché quella che si ricerca è una bellezza che esiste su qualcun altro e non la propria, unica e speciale, riflessa nello specchio).

Uno studio pubblicato sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, suggerisce che la scelta di un percorso vegetariano possa spesso avere una matrice comune a tal tipo di visione alimentare estremista; una valvola di sfogo lievemente nevrotica che aiuta sé stessi ad essere controllati, a mantenere il controllo, rendendosi allo stesso tempo socialmente meglio accettati.

Dall'analisi fatta confrontando ragazze che avessero sofferto o che soffrissero di disturbi dell'alimentazione con ragazze che invece non ne avevano mai sofferto, risulta una netta prevalenza di scelta vegetariana nelle prime rispetto che nelle seconde. In aggiunta ulteriore, analizzando la percentuale di vegetariane in tre gruppi in cui la manifestazione del disordine alimentare era ad un punto diverso del percorso (disordine attivo, remissione parziale e remissione completa), si è scoperta una ampia variabilità: le vegetariane erano il 33% nelle prime, il 13% nelle seconde e il 3% nelle terze.

Tra le ragazze vegetariane e che nella loro vita hanno sofferto di disturbo dell'alimentazione, il 68% correla inoltre la scelta vegetariana al disturbo stesso.

Sarà forse il volersi inserire in uno schema a rendere in parte affini le due realtà? Il problema non è il vegetarianesimo in quanto tale, né il fatto di vedersi diverse da come si vorrebbe essere e di voler far qualcosa per sé stessi, per stare meglio. Lo differenza è quella che sta tra il farsi del bene e il volersi chiudere in una scatola fatta di regole rigide e lontane dalla fisiologica ciclicità di ciascuno. E la stessa distanza che intercorre tra voler tirare fuori un'altra persona da se stessi, e da se stessi il meglio di sé.

È utile ricordare che esiste una strada più semplice per rendersi più belli, più magri, sani e felici. È una strada che rende possibile l'integrazione sociale e il dialogo, perché abbina la scelta di cibi buoni, abbinati e gestiti  in modo da mandare segnali utili allo scopo. La scatola può sempre essere aperta, o riaperta, per lasciare lo spazio di schemi presenti e in grado di variare nel percorso di ciascuno, sempre col rispetto della propria individualità, flessibilità e bellezza.