Prevenzione ed esorcismo: la diagnosi precoce serve ancora?


di Attilio Speciani
24 Gennaio 2012

Gran parte della medicina sociale di oggi si basa sulla prevenzione delle malattie, ed in particolare di quelle più gravi, come le malattie tumorali. Durante una visita medica, basta toccare alcuni temi come quello della funzione intestinale per sentirsi subito dire che in effetti hanno fatto da poco la ricerca del sangue occulto proposta dalla Regione, oppure che sono colpevolmente in ritardo nel fare la colonscopia di controllo o la periodica visita prostatica.

La maggior parte delle persone ha ormai interiorizzato questa immagine di medicina preventiva, legata alle indagini diagnostiche da ripetere periodicamente e la sente come un dovere verso se stessi e verso i propri cari.

Da pochi giorni però, un lavoro di fonte molto autorevole, pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute (il Bethesda), afferma che lo screening annuale preventivo per tumori di Prostata, Polmone, Intestino e Ovaio non determina alcuna differenza, in termini di mortalità, dall'intervenire sui sintomi quando il tumore inizia a dare segno di sé (Andriole GL et al, JNCI J Natl Cancer Inst first published online January 6, 2012 doi:10.1093/jnci/djr500).

I risultati di questa ricerca, proseguita in modo ineccepibile per 13 anni consecutivi, è davvero una “mazzata” per tutti coloro che difendono la diagnosi precoce. Ne derivano considerazioni da affrontare sul piano sociologico, per cercare di capire qual è il bisogno umano profondo che viene soddisfatto dall‘effettuazione di un programma seriato di valutazioni analitiche e di esami, alla ricerca di un’eventuale malattia. In un’ottica estrema, l’adempimento del dovuto, l’adeguarsi alla programmazione diagnostica periodica, può rappresentare una forma camuffata di esorcismo sociale.

Ci domandiamo se questo tipo di prevenzione, oggi che sappiamo non condurre a particolari vantaggi in termini di salute, non sia piuttosto da considerare un frutto del pensiero magico o della suggestione anziché uno sviluppo culturale.

Alcune considerazioni simili sono nate nei mesi passati a seguito della pubblicazione di alcuni lavori relativi alla diagnosi precoce del tumore della prostata e alla polemica sull’uso del PSA, uno degli esami del sangue che per anni è stato considerato una specie di obbligo sociale per ogni uomo oltre i 40 anni, e che si è rivelato invece un’arma a doppio taglio per chi lo eseguiva. Per anni infatti quando il PSA veniva misurato a livelli elevati, scattava la convinzione che l’esame stesso fosse un’indicazione di malattia tumorale prostatica, da cui derivavano ispezioni chirurgiche, biopsie, intervnti e trattamenti spesso più deleteri che utili.

Eppure per anni il PSA è stato considerato l’arma della prevenzione, fino a che una serie di lavori hanno cominciato a dimostrare che la tecnica del “wait and watch” (aspetta e segui l’andamento clinico) presentava per le persone una soluzione meno aggressiva e più utile in termini di mortalità e di qualità della vita. Eppure la falsa convinzione di una relazione diretta tra PSA e malattia tumorale ha lasciato dietro di sé una scia molto marcata di operazioni e chemioterapie inutili e di mutilazioni disturbanti. Oggi proporre ad un paziente una cauta attenzione in attesa di capire cosa succede veramente nel suo organismo non è più considerata una scelta da pazzi, e finalmente molte persone e molti medici la fanno, sfidando comunque in molti casi un buon senso comune che ormai non è più tale.

I risultati di questo lavoro ci portano comunque a fare alcune considerazioni anche sul concetto di prevenzione primaria. Siamo stati abituati per anni a leggere sugli opuscoli distribuiti dalle farmacie che la prevenzione del tumore del seno si fa con la mammografia programmata, mentre questo è l’approccio della diagnosi precoce. Gli studi della World Cancer Research Fund hanno definito da qualche anno che la vera prevenzione si fa con il cambio di alcune abitudini che riguardano l'attività fisica, l’equilibrio alimentare e la scelta di alcuni cibi piuttosto che di altri; comportamenti che sono davvero in grado di rallentare lo sviluppo della malattia tumorale riducendone l’incidenza o controllandone lo sviluppo a livello della popolazione.

Di certo la medicina moderna si trova davanti ad un dubbio logico relativo alla prevenzione quando è intesa come screening di popolazione e come ripetizione annuale di esami. La conferma di una dubbia efficacia statistica di questo tipo di indagine, nonostante gli aspetti di rassicurazione percepiti da ogni individuo, rappresenta probabilmente la risposta ad un bisogno esorcistico, facendo leva su una radice legata al pensiero magico o camuffato da scienza.

Se questo fosse vero la medicina moderna ha due strade da scegliere: affrontare la modalità con cui dare valore al pensiero magico (che può anche essere un potente strumento induttivo di cambiamento per la salute) o riprendere gli schemi di lavoro comportamentale (sport, alimentazione, obesità e insulino resistenza) che a costo di scardinare abitudini alimentari consolidate potrebbero davvero modificare il trend della malattia. Il vissuto personale della malattia, le paure ataviche, il senso di rassicurazione dato da un esame potenzialmente inutile e la soggettività emotiva devono cioè rientrare a fare parte di una considerazione scientifica, dopo anni in cui si è cercato di eliminare questi fattori di interferenza da ogni valutazione.

Serve una riflessione non solo su questo importante lavoro ma anche su come oggi a livello sociale si cerca di affrontare il modo in cui la gente pensa la malattia e la propria salute affrontando finalmente in modo scientifico anche degli aspetti (come le convinzioni) che esprimono invece un’individualità da cui per troppo tempo si è stati lontani.