Uso clinico integrato dei diversi test diagnostici


di Attilio Speciani
01 Gennaio 2013

Nel mondo oggi si parla di infiammazione da cibo, superando la definizione di intolleranza alimentare che per molti anni ha falsato e deviato l'attenzione dei ricercatori.

Il Profilo alimentare personale (come quello evidenziato da Recaller e da BioMarkers Test) è utile per capire come ridurre l'infiammazione, misurabile attraverso i valori di BAFF e di PAF, e non certo per scatenare "guerre" nei confronti di singoli alimenti o gruppi alimentari.

Purtroppo invece, grazie a uno schema mentale orientato alla "ricerca del nemico", per molti anni si sono cercati anticorpi inesistenti o cellule improbabili, perdendo di vista le esigenze vere di chi soffre possibili effetti infiammatori generali dovuti al tipo di alimentazione.

Nonostante questa evoluzione scientifica, molte persone arrivano ancora a effettuare test non convenzionali, che avrebbero ormai solo valore storico. Riteniamo quindi utile dare alcune indicazioni per cercare, almeno, di utilizzare con profitto i dati raccolti.

Abbiamo descritto altrove i test non convenzionali utilizzati fino a poco tempo fa per la diagnosi delle cosiddette "intolleranze alimentari".

Qualunque sia il test che viene utilizzato per una diagnosi di reattività alimentare, a maggior ragione quando si tratta di test non convenzionali, deve sempre essere interpretato da un terapeuta esperto, che si assuma la responsabilità della diagnosi all'interno di un quadro di valutazione completo dell'individuo e soprattutto del progetto terapeutico destinato a portare il paziente alla guarigione e comunque al recupero della tolleranza alimentare.

Purtroppo, a seguito di molti test non convenzionali effettuati, vengono richieste diete che risultano punitive nel migliore dei casi e decisamente pericolose nel peggiore. Ma soprattutto diete che non favoriscono il recupero della tolleranza immunologica nei confronti degli alimenti verso cui è presente la reattività.

È indispensabile invece guidare il paziente in una sorta di “svezzamento” attraverso un percorso molto preciso e orientato alla guarigione.

Mi preme a questo punto precisare che, indipendentemente dal test utilizzato, gli obiettivi di una terapia dietetica corretta sono:

  1. favorire il recupero della tolleranza nei confronti dei cibi non tollerati;
  2. evitare pericolose diete di eliminazione, utili talvolta solo in caso di allergia classica, quella cioè mediata da IgE ad alto titolo;
  3. consentire il rispetto della socialità e del piacere legati all'alimentazione mediante l'attuazione di uno schema alimentare che preveda alcune giornate di alimentazione libera.

Nella situazione sociale e ambientale attuale appare infatti indispensabile favorire la varietà dell'alimentazione, anche perché la ripetizione sistematica dell'assunzione di alcuni alimenti (anche nel caso che vadano a sostituire quelli non tollerati) dà facilmente luogo all'insorgere di nuove ipersensibilità.

Nel corso di tutto il processo di svezzamento nei confronti degli alimenti mal tollerati la riduzione della reattività va valutata in più occasioni (per stabilire se e di quanto il contatto con quei cibi può essere esteso), e sistematicamente confrontata con i dati clinici.

Quando incontro persone che da tempo non stanno assumendo un alimento o un Grande Gruppo Alimentare (a volte senza alcun vero motivo) io ritengo comunque il cibo che è stato eliminato come un possibile cibo non tollerato, e ne guido quindi la reintroduzione in modo graduale e progressivo.

Sovente però accade che ad esempio, a persone con una reazione al frumento sia stato suggerito di mangiare come alternative farro e kamut, che contengono comunque antigeni del frumento, e in quel caso la reintroduzione del frumento, se necessaria, risulta molto più semplice, perché in realtà il glutine e il frumento non sono mai stati correttamente evitati.

Nella analisi integrata di diversi test, il possibile problema delle allergie gravi (IgE mediate) deve sempre essere tenuto in considerazione.

Inoltre deve essere saggiata la possibilità che un cibo, talvolta sospeso da molti mesi o anni, sia davvero stato sospeso o no.

Una persona che ha avuto una allergia all'uovo e che non ha mai introdotto l'uovo nella sua alimentazione, controllando qualsiasi dolce, qualsiasi frittata, qualsiasi gelato nel corso della sua esistenza, e che per certo non ha mai "assaggiato" a casa della nonna le tagliatelle all'uovo o la maionese, non deve ricevere indicazioni di reintroduzione se non in ambiente controllato o con modalità specifiche indicate dall'allergologo.

Se invece viene riferita una allergia all'uovo da persone che mangiano abitualmente brioche e biscotti, siamo di fronte a una probabile reazione di infiammazione da cibo o ad un sovraccarico alimentare, e la reintroduzione è immediatamente possibile.

Per anni, prima che fosse disponibile Recaller, ho prediletto l'uso del test DRIA per la possibilità di individuare una concentrazione specifica di allergene respiratorio o di alimento che potesse aiutare l'induzione di tolleranza a bassa dose.

Si trattava di uno strumento utilizzabile per velocizzare i tempi di recupero della tolleranza, o per consentire la reintroduzione degli alimenti dove questa fosse difficile, o addirittura quasi impossibile.

Mi preme sempre ricordare che pur non utilizzando più questo test è grazie alla sua utilizzazione che abbiamo potuto evolvere la conoscenza individuale sui percorsi che portano alla guarigione e al recupero della tolleranza.

Il capitolo 9 del libro scritto con il collega dottor Gabriele Piuri "Come una Pentola a pressione" descrive con molta precisione le tecniche di svezzamento utilizzabili nei diversi casi clinici. Tutto il volume descrive poi come integrare le conoscenze di un tempo con la conoscenza oggi più evoluta dei fenomeni infiammatori alimentari.

In SMA persone con la necessità di perfezionare la propria diagnosi e di recuperare la tolleranza alimentare sono accompagnate verso la guarigione attraverso uno specifico percorso terapeutico.