Intolleranze alimentari e infiammazione da cibo: come si curano


di Attilio Speciani
06 Aprile 2012

Per comprendere la possibile presenza di una reazione infiammatoria alimentare, e soprattutto per cominciare ad affrontarla, è necessario essere molto accurati nella valutazione delle abitudini dietetiche.

Si tratta dei fenomeni che una volta venivano definiti come "intolleranze alimentari" e che oggi grazie alla evoluzione scientifica in atto possono essere misurati e definiti con precisione. Prima ancora di effettuare qualsiasi analisi, un semplice colloquio consente spesso di ipotizzare gli alimenti che provocano infiammazione, con qualche utile suggerimento per ottenere effettivamente delle informazioni utili.

Di norma quasi nessuno segnala al medico o al nutrizionista (e spesso dimentica realmente) tutta una serie di alimenti assunti regolarmente, ma non considerati tali, come gli snack tra un pasto e l'altro, il biscottino o il cioccolatino mangiato nella pausa-caffè, la bibita presa al bar, il caffè o il tè bevuti durante la giornata ed eventualmente lo zucchero o il dolcificante che vi si aggiunge.

Accanto a questi “chissà perché, non cibi” vanno poi considerati quali sono i condimenti della pasta o del riso, da cui emergono dati interessanti: persone che segnalano di avere una avversione spiccata per i formaggi in genere, usano poi magari grandi cucchiaiate di parmigiano sulla pasta e alla effettuazione di un RecallerProgram evidenziano uno stato di infiammazione pesantemente correlabile al gruppo alimentare dei latticini (che dicono di non mangiare...).

È un dato molto significativo anche la composizione della prima colazione: quando esiste una specifica reazione alimentare, di solito gli alimenti responsabili sono comunque ben presenti nel primo pasto della giornata (chi ha reazione al latte dirà spesso di bere solo tè, mangiando in realtà biscottini fatti con il latte o bevendosi uno "yogurtino" contro il colesterolo).

È utile inoltre cercare di ricordare se esistevano avversioni particolari nel passato: molte persone hanno magari una spontanea avversione al latte fin da piccoli, ma per l'intervento di nonne e zie, a un certo momento vengono convinti controvoglia che devono mangiare lo yogurt o il formaggio, finendo poi per manifestare sintomi da ipersensibilità.

Da ultimo, quando si sospetta una reattività verso un cibo, bisogna indagare l'introduzione alimentare non tanto della sostanza base in sé, che sovente è spontaneamente rifiutata, ma dei cibi che la contengono anche in piccola quantità.

Chi reagisce al latte evita spesso spontaneamente di berlo, ma è un goloso di biscotti, e non ama le torte senza latte fatte dalla zia mentre predilige le torte cremose della nonna! L'intollerante all'uovo ha magari una spiccata avversione per l'uovo fritto, ma è un amante dei biscotti o della carne impanata.

Esempi di questo tipo sono frequentissimi e possono essere utilizzati come traccia per comprendere quali possono essere i settori alimentari di ipersensibilità.

Dal sospetto si passa poi alla conferma pratica, attraverso l'effettuazione di RecallerProgram, e si inizia un processo che riporta gradualmente ogni persona a recuperare la propria tolleranza alimentare e a riprendere quasi sempre una dieta varia e completa.

Per affrontarne la terapia o comunque per impostare una guida al recupero della tolleranza immunologica, vanno integrate diverse tecniche:

Tra gli integratori che consentono di aiutare il recupero della tolleranza immunologica e facilitano il controllo dell'infiammazione ricordiamo il ruolo di sostanze innovative, come l'Olio di Perilla (presente in Zerotox Ribilla o in Olio di Perilla) e di supporti antiossidanti come l'acido lipoico (presente in Stimun-ox 800 e in Lipoic Cannella). A queste sostanze si aggiungono integratori con specifica funzione sull'intestino (IgComplex) e sulla digestione (Zerotox Enzimi, Enzitasi, Creon, Vegan Multi Digest).

Un sapiente utilizzo di questi integratori porta spesso a raggiungere la tolleranza alimentare anche a dispetto di alcuni sgarri dietologici. Uno dei protocolli più seguiti è quello di abbinare Zerotox Ribilla (2-3 perle al dì) all'uso di Enzitasi (o Zerotox Enzimi) per cicli di trattamento di 15-20 giorni seguiti da qualche giorno si sospensione.

Da anni nel nostro centro (SMA di Milano) chi presenta problemi di infiammazione da cibo viene seguito e accompagnato verso la guarigione attraverso uno specifico percorso terapeutico.

Il principale scopo di tale programma è quello di ottenere il recupero della tolleranza immunologica nei confronti dell'alimento considerato ma ancora di più nei confronti del Grande Gruppo Alimentare che è stato evidenziato o dei diversi gruppi verso cui si è valutata una ipersensibilità.