L'allergia fantasma: quando aspirina e antibiotici reagiscono insieme


di Attilio Speciani
17 Gennaio 2014

È un'esperienza comune la comparsa di sintomi tipicamente allergici (irritazione cutanea, gonfiore, prurito, senso di calore locale) senza che nessuno riesca a definire una causa scatenante certa.

Spesso si finisce in pronto soccorso per farsi fare, per cautela, una iniezione di cortisone o di antistaminico (spesso inutili) e si viene rimandati a casa con l'invito a farsi visitare da un allergologo o da un immunologo, che in molti casi non riesce comunque a perfezionare una diagnosi.

Un lavoro recente, pubblicato sul Journal of Investigational Allergology and Clinical Immunology da un gruppo di allergologi Spagnoli, ha evidenziato che di fronte a possibili reazioni a farmaci (dove quindi i possibili agenti scatenanti sono ben definiti) la diagnosi di allergia o di ipersensibilità viene fatta sulla base della sola storia clinica (visto che gli esami non dicono nulla di preciso) nel 44% dei casi. In circa il 30% dei casi invece la diagnosi è fatta con prova specifica di scatenamento.

Lo stesso lavoro identifica il maggior numero di reazioni a farmaci tra i FANS (antinfiammatori non steroidei) come Paracetamolo, Acido Acetilsalicilico, Salicilati, Nimesulide, Ibuprofene, anti-COX2 eccetera.

Si tratta di nomi conosciuti anche al grande pubblico perché la pubblicità televisiva e radiofonica non fa che proporre questi farmaci per l'uso personale a fronte di qualsiasi possibile disturbo.

Ebbene i FANS sono responsabili del 48% delle reazioni a farmaci e spesso la reattività tra loro è crociata (Dona I et al., J Investig Allergol Clin Immunol. 2012;22(5):363-71).

Sta di fatto che negli ultimi anni la ricerca spasmodica del "colpevole unico" non sempre va in porto.

Si sta parlando sempre più spesso, anche per le reazioni a farmaci, di superamento del livello di soglia, si sta cioè capendo che esiste un livello di infiammazione di base, spesso legata all'infiammazione da cibo, in cui il farmaco (come il polline, gli acari o altro) agisce da scatenante finale.

In un certo senso i farmaci possono essere solo la "goccia che fa traboccare il vaso" e per curare l'allergia e trovare una soluzione clinica, serve imparare a controllare il livello di infiammazione.

Per questo, esami che aiutano a definire il livello di infiammazione esistente nell'organismo e a precisare il profilo individuale alimentare, sono strumenti importantissimi per ridurre la reattività complessiva di qualsiasi organismo.

Per rendere concreto questo esempio possiamo rifarci ad una storia clinica pubblicata su Allergy ancora nel 2001 e che rappresenta una delle prime pubblicazioni scientifiche su questo tema (Gaig P et al., Allergy. 2001 Jan;56(1):81-2).

Una donna di 25 anni venne ricoverata d'urgenza per una grave reazione a un antibiotico che aveva assunto per un ascesso dentale; vennero fatti tutti i possibili test diagnostici su quel tipo di antibiotico senza ottenere alcun risultato. Tre mesi dopo il fenomeno si ripresentò per un altro ascesso, trattato nello stesso modo.

In tutte e due le occasioni insieme all'antibiotico era stato somministrato un antinfiammatorio. Facendo le varie prove di diagnosi allergologica possibili, RAST, Prick e test di provocazione, non risultò alcuna allergia né per l'antinfiammatorio né per l'antibiotico.

Eppure somministrando entrambi i farmaci insieme in una prova da carico fatta in ambito ospedaliero, il fenomeno ricomparve tale e quale.

Ora i casi sono due: o le due sostanze interagiscono tra loro (con rischi per tutti) e non lo abbiamo mai scoperto, oppure l'allergia non dipende solo dalla reazione a una singola sostanza, ma dalla somma di molte piccole reazioni di intolleranza o di ipersensibilità che fanno superare all'organismo un certo valore di soglia.

Indubbiamente il mondo dell'allergologia non può stare in pace! Notizie come questa, mettono in discussione alcuni dei principi basilari della stessa branca medica. L'unico modo per poterla inserire in una conoscenza medica è quella di capire che la reazione allergica è alla fine una reazione difensiva che segnala un livello di eccessivo surriscaldamento nell'organismo.

In SMA trattiamo da anni questo tipo di problema attraverso percorsi terapeutici specifici per il recupero della tolleranza alimentare e il controllo dell'infiammazione esistente, usando anche integratori specifici come Ribilla, Olio di Perilla, Quercitina Complex, Inositox e altri ancora.

Pochi anni dopo, nel 2003, Ricardo Asero e Alberto Tedeschi hanno pubblicato sugli International Archives of Allergy and Immunology una interessante descrizione del fatto che nei casi in cui fosse presente una allergia multipla a farmaci si potevano trovare nel circolo elevati livelli di HRF (Histamine Releasing Factors) cioè di sostanze che erano pronte a fare rilasciare istamina e a generare infiammazione a tutte le possibili cellule immunitarie in grado di farlo (Asero R et al., Int Arch Allergy Immunol. 2003 Jul;131(3):195-200).

In un certo senso la presenza di questi HRF è l'espressione della "pentola a pressione" cioè di un surriscaldamento ambientale che consente all'organismo di superare con poco il livello di soglia e di produrre reazioni allergiche anche per contatti aspecifici.

Non si tratta solo, come avviene in alcuni casi, di una reazione a una singola sostanza, ma di una somma di piccole reazioni, cumulative, che aumentano il livello di infiammazione generale dell'organismo, e lo rendono predisposto a "scoppiare" per un semplice contatto con sostanze anche solo lievemente irritanti. Io e il dottor Piuri abbiamo descritto questo tipo di reazione nel libro "Come una pentola a pressione" che si sta rivelando un successo editoriale.

Si tratta un po' dell'effetto che ha il sole su una scatola di fiammiferi: se li riscalda, questi si accendono con poco, basta a volte appena sfregarli su qualcosa di ruvido!

Nasce però una considerazione su come curare le allergie: si devono usare solo antistaminici o è meglio ridurre l'infiammazione generale modificando alcuni stili di vita?

Se è vero che l'allergia è il segnale di una difesa dell'organismo (una specie di grido che segnala il limite di sopportazione) usare semplicemente antistaminici e cortisonici, potrebbe nascondere superficialmente la reazione e lasciare che "sotto", il fuoco continui a bruciare e che la pressione nella "pentola" continui a crescere.