Nuove cure per la psoriasi


di Igor Principe
05 Giugno 2012

Centoventicinque milioni di persone nel mondo, di cui 2 milioni in Italia.

Sono questi i numeri che raccontano quanto diffusa sia la psoriasi, un problema il cui peso condizionante per il benessere dell'individuo è spesso sottovalutato. Il 26° congresso A.I.O.T. (Associazione Medica Italiana di Omotossicologia), che si è tenuto il 26 maggio scorso all'Università Statale di Milano, è stata un'occasione importante per far luce su nuovi approcci terapeutici alla patologia.

In particolare, sulla psoriasi si sono concentrati gli interventi di Pier Mario Biava (medico del lavoro, Direzione IRCCS Multimedica) e di Lucilla Ricottini (Pediatra, docente della Scuola Italiana di Omeopatia, Omotossicologia e Discipline Integrate).

Il primo ha illustrato le nuove evidenze della ricerca nei fattori di differenziazione delle cellule staminali come agenti epigenetici di controllo nelle patologie degenerative.

Si tratta di un tema al quale Biava dedica da oltre vent'anni i propri sforzi come ricercatore, con elaborazioni di straordinaria importanza scientifica per le terapie antitumorali, e di cui Eurosalus ha dato conto in modo approfondito.

Proprio per questa “terapia epigenetica del cancro”, infatti, egli è noto in tutto il mondo: Biava indaga il codice epigenetico, cioè il codice che è in grado di programmare il codice genetico, estraendo dalle cellule staminali i fattori di differenziazione che regolano la crescita e la trasformazione delle altre cellule, cioè i segnali corretti per il loro sviluppo. Quei fattori fattori di differenziazione sono stati somministrati ai pazienti affetti da psoriasi, con i risultati che il professor Biava illustrerà tra breve.

Con l'intervento della dottoressa Ricottini sono stati invece presentati i dati di uno studio clinico controllato randomizzato a doppio cieco, i cui risultati lasciano intravedere la possibilità di terapie di cura della psoriasi grazie all’utilizzo di bassi dosaggi di citochine.

Elementi, questi ultimi, sul cui studio è fondato il tema dell'infiammazione da cibo, con la sua portata rivoluzionaria nel rinnovare l'interpretazione di malattie o sintomi oscuri probabilmente sostenuti da un'ipersensibilità.

Di tutto questo abbiamo dunque parlato con Pier Mario Biava.

Professore, quali sono queste nuove evidenze?
Abbiamo osservato che uno dei meccanismi patogenetici fondamentali nel determinare la psoriasi è la velocità di moltiplicazione con cui si formano le cellule superficiali della pelle, o meglio i cheratinociti, la quale è di cinque volte 5 volte superiore a quanto accade nella cute sana, cioè nella norma. Così abbiamo provato a somministrare ai pazienti i fattori di regolazione e differenziazione delle cellule staminali. Lo abbiamo fatto prima in vitro, vedendo e trovando conferma della riduzione di velocità di moltiplicazione del cheratinocita. Quindi, basandoci sull'osservazione di pazienti con patologie neoplastiche i quali, in contemporanea, soffrivano anche di psoriasi, abbiamo riscontrato che il trattamento con quei fattori evidenziava un miglioramento della patologia psorisiaca. Siamo allora passati a una serie di trial clinici - due già pubblicati, uno in via di pubblicazione - per una verifica del possibile impiego di quei fattori nella patologia. Il risultato è che l'efficacia c'è.

In che misura?
Nell'80% dei pazienti i miglioramenti si sono verificati in modo manifesto dopo un periodo di trattamento compreso tra 20 e 30 giorni.

Che tipo di prodotto hanno utilizzato i pazienti?
Creme costituite da fattori naturali a basso dosaggio, nell'ordine di micronanogrammi. Si tratta dunque di un uso topico, con prodotti che potrebbero essere certamente più diffusi rispetto ad altri che manifestano effetti collaterali.

Quando vengono utilizzate quelle creme?
Nella fase florida della psoriasi, che resta una malattia cronica recidivante. Le creme la fanno regredire, ma ovviamente essa può ricomparire. La terapia è dunque da condurre con impieghi ciclici. Ma non c'è solo questo.

Cos'altro?
Per migliorare l'effetto terapeutico abbiamo inserito nelle creme sostanze naturali con effetti antinfiammatori. Nella psoriasi, infatti, oltre alla cheratosi dovuta all'accelerata moltiplicazione di cheratinociti, di cui ho detto, si verificano processi di infiammazione. In quelle creme abbiamo, quindi, da un lato sostanze prodotte utilizzando i fattori di differenziazione, che – lo ricordo – sono ricavati dalle cellule staminali in evoluzione dello Zebrafish (uno dei pesciolini da laboratorio più utilizzati nella ricerca scientifica, ndr); dall'altro lato, abbiamo prodotti naturali come la Boswellia serrata, che hanno già dimostrato efficacia contro la psoriasi.

Cosa può dirci invece dell'altro studio presentato al convegno Aiot?
Si tratta di un trial clinic controllato, che spiega come un mix di citochine a dosaggi molto bassi abbia dimostrato di poter essere impiegato per la psoriasi. Il mix a basso dosaggio ha l'effetto di ostacolare le citochine naturali che sono alla base dell'effetto infiammatorio. Io sono convinto che questa terapia e quella di cui ho parlato in precedenza possano essere unite. Non sono infatti in opposizione, e si basano sulla stella filosofia: utilizzare sostanze naturali per rallentare il processo da una parte infiammatorio e dall'altra moltiplicativo. Entrambe procedono nella stessa direzione: una per via topica, l'altra per via generale.

Si tratta di terapie utili anche per chi soffra di psoriasi in modo grave?
Per quanto riguarda lo studio in cui sono coinvolto, posso dire che abbiamo trattato pazienti con una patologia lieve o media, ma in alcuni casi molto estesa. Volevamo verificare l'effetto benefico delle creme su aree di lesione anche ampie. Ma lo abbiamo fatto con pazienti che, presumibilmente, avrebbero potuto darci una risposta; per dire, non abbiamo trattato persone che avessero già subito trattamenti con anticorpi monoclonali. Come dicevo, nell'80% dei casi la terapia ha funzionato. Credo sia un ottimo risultato.