Fegato grasso? Mangia più proteine!


di Mattia Cappelletti
25 Novembre 2016

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La steatosi epatica, ovvero l'accumulo di grasso nel fegato, è una condizione sempre più frequente nei Paesi industrializzati, si stima infatti che ne sia affetto circa un terzo della popolazione adulta.

La prevalenza di questo disturbo è ancora più alta in alcuni sottogruppi: colpisce infatti il 50% dei diabetici e l'80% delle persone obese.

Parlare di accumulo di grasso nel fegato significa parlare della cosiddetta NAFLD (Non Alcoholic Fatty Liver Disease), che però ha uno spettro di manifestazioni molto vario, passando dalla semplice steatosi, in cui l'accumulo non dà segno di sé, alla NASH (Non Alcoholic Steato-Hepatitis), ovvero una condizione in cui questo accumulo anomalo di grasso crea infiammazione e danno progressivo nel fegato.

In passato si era portati a pensare che la steatosi e la steatoepatite (NASH) non fossero condizioni di cui preoccuparsi, ma ora sappiamo che fino ad un terzo dei pazienti con steatosi sviluppa NASH, e questa può portare alla cirrosi e all'epatocarcinoma.

Proprio per questa diversità si è visto come solo in poco più di un terzo dei pazienti con NAFLD questa condizione è stata diagnosticata e si è intrapresa una qualche forma di terapia, che sia essa farmacologica, dietetica o di qualsiasi altra natura.

In passato si era portati a pensare che la steatosi e la steatoepatite (NASH), proprio per la loro ubiquitarietà, non fossero condizioni di cui preoccuparsi, ma ora sappiamo che fino ad un terzo dei pazienti con NAFLD (quindi un fegato grasso, ma non con una franca risposta infiammatoria) sviluppa NASH (quindi infiammazione e morte cellulare a livello epatico) e la NASH può portare allo sviluppo di fibrosi e cirrosi, ed indurre la trasformazione cellulare verso l'epatocarcinoma (un tumore maligno primitivo del fegato).

Nonostante l'accumulo di grasso nel fegato sia una condizione così diffusa, ad oggi non esiste una terapia farmacologica approvata e dimostrata come efficace, anche se vi sono promettenti farmaci in fasi avanzate di sperimentazione.

Per fortuna o purtroppo le uniche misure che si sono dimostrate efficaci sono le modificazioni dietetiche e comportamentali.

La NAFLD (e la NASH) si inseriscono infatti nel contesto delle malattie metaboliche, che da alcuni vengono definite malattie “del benessere”, trovando quindi la loro origine in un'alimentazione ricca di carboidrati raffinati, zuccheri ed alimenti processati e molto spesso povera di proteine, che sono invece fondamentali nel mantenimento della massa magra e nella riduzione dell'impatto glicemico dei pasti.

A supporto di questo vi è un recentissimo studio tedesco che ha valutato la variazione degli indici di infiammazione epatica in soggetti diabetici con NAFLD cui era impostata semplicemente una dieta normocalorica, ma ricca di proteine.

In questo modo i ricercatori hanno voluto escludere eventuali confondenti quali una riduzione del peso o l'inizio di attività fisica.

I soggetti sono stati inoltre suddivisi in due gruppi a seconda della principale fonte proteica della dieta: animale o vegetale.

I risultati sono che in sole 6 settimane la riduzione del grasso a livello epatico è stata del 36-48% in entrambi i gruppi, senza che vi fosse una riduzione del peso corporeo dei soggetti.

Ad un'analisi più accurata si è visto infatti come la sola modificazione dietetica, che ha portato i soggetti ad avere la giusta quota di proteine giornaliere, ha abbattuto i segnali di lipogenesi (quindi di creazione di tessuto adiposo), ridotto l'infiammazione epatica e migliorato la sensibilità insulinica.

Questo studio non fa quindi che rafforzare l'importanza di mantenere una corretta alimentazione, che prediliga quindi carboidrati integrali e non trascuri mai una quota proteica nei pasti.

Ad una corretta alimentazione si deve abbinare dell’attività fisica, i cui benefici sono molteplici ed ampiamente dimostrati.

Bastano piccoli accorgimenti per avere grandi benefici.

Bibliografia essenziale

  1. Zelber-Sagi S, Ratziu V, Oren R. Nutrition and physical activity in NAFLD: an overview of the epidemiological evidence. World J Gastroenterol 2011;17:3377-89
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  3. Brunt EM. Nonalcoholic steatohepatitis. Semin Liv Dis 2004;24:3-20
  4. Markova M, Pivovarova O, Hornemann S, Sucher S, Frahnow T, Wegner K et al. Isocaloric diets high in animal or plant protein reduce liver fat and inflammation in individual with Type 2 diabetes. Gastroenterology 2016, DOI: 10.1053/j.gastro.2016.10.007