Eliminazione di un cibo per intolleranza alimentare: rischio elevato di shock anafilattico


di Attilio Speciani
13 Maggio 2006

Una volta che sia stata acquisita la tolleranza immunitaria nei confronti di un alimento, eliminarlo dalla dieta può essere estremamente pericoloso.

Purtroppo però questa sembra essere una pratica estremamente diffusa sia nel mondo della medicina ufficiale che di quella non convenzionale.

Viste le precise evidenze scientifiche contrarie, tutti coloro che chiedono la eliminazione dalla dieta di un cibo si espongono al rischio di una richiesta di risarcimento per responsabilità nella eventualità della insorgenza di un danno.

Ogni medico che affronti il tema della ipersensibilità alimentare può utilizzare tecniche di dieta o di trattamento terapeutico che  mettano in moto il recupero della tolleranza verso quel cibo, quasi come se si impostasse di nuovo uno svezzamento corretto.

Anche la semplice utilizzazione di strumenti indiretti di riequilibrio, come il Ribes nero, minerali come Manganese Rame Zinco, rimedi omeopatici come Histaminum (ai dosaggi sotto indicati) può migliorare il controllo della reazione, ma l'impiego ragionato di una dieta di rotazione piuttosto che di eliminazione è lo strumento che noi consideriamo principe per evitare di indurre shock anafilattico anziché guarigione.

In un lavoro pubblicato su Allergy da pochi giorni (Flinterman AE, et al., Allergy March 2006; 61(3):370-374) alcuni ricercatori olandesi hanno verificato la presenza di reazioni alla ingestione accidentale di latte in bambini cui era stata diagnosticata una dermatite eczematosa da latte, e che erano stati messi a dieta di esclusione completa del latte (e dei cibi con questo correlati).

Mentre questi stessi bambini prima della dieta avevano assunto latte o derivati senza alcun tipo di reazione, dopo l'inizio della dieta di eliminazione, nel momento della introduzione alimentare avevano sviluppato delle reazioni allergiche acute e delle reazioni anafilattiche, alcune delle quali pericolose.

La possibilità di uno shock anafilattico dovuto alla eliminazione di un cibo per un certo tempo e poi alla sua reintroduzione è un fenomeno già noto dagli studi di Cristina Pascual fin dal 1988, e ridefinito poi da Larramendi su Allergy nel 1992 e in anni successivi.

Da anni sosteniamo che la corretta gestione di una ipersensibilità alimentare si ha solo attraverso l'uso di una tecnica simile a quella dello svezzamento, con la eventuale utilizzazione di una iposensibilizzazione al cibo (la stessa forma usata nei test per problemi respiratori). 

Nessun cibo è in origine dannoso (immunologicamente). È solo la ripetizione quotidiana della sua assunzione che lo rende talvolta problematico, ma quello stesso cibo può in breve tornare amico.

Questo è il motivo per cui in Italia e in Europa le ipersensibilità più frequenti sono verso il latte, il frumento, il lievito e il Nichel (le cose cioè che si mangiano di più), mentre in Giappone le più frequenti sono verso soia e riso.

In particolari patologie, l'utilizzo di test adatti a rilevare le connessioni alimentari dell'infiammazione da cibo (come in Recaller o BioMarkers) consente  di ottenere le indicazioni utili per una dieta corretta.

Particolare cautela quindi si esige nei confronti di una dieta di eliminazione. Potrebbe trattarsi di metodica dagli esiti imprevedibili, in relazione alla quale riteniamo necessario che il paziente esprima una perfetta conoscenza attraverso un consenso informato corretto.