I vaccini e la terapia iposensibilizzante a bassa dose


di Attilio Speciani
31 Gennaio 2014

Per anni la Medicina si è accanita nel cercare di allontanare la sostanza "responsabile" di allergia dall'ambiente. Attraverso l'eliminazione di cibi per le allergie alimentari e tentativi di bonifica ambientale per le reazioni agli acari o alle muffe.

Così capita di frequente che un bambino allergico agli acari, che respira abbastanza bene a casa propria, dove c'è una pulizia estrema, passerà poi la notte in Pronto Soccorso la prima volta che va a dormire da un amico o trascorre qualche giorno di vacanza in un albergo con moquette o con le pareti umide.

Le soluzioni per fortuna ci sono, e sfruttano le nuove conoscenze della moderna immunologia, che da qualche anno ha compreso che le reazioni allergiche sono solo la punta di un "iceberg" legato alla complessiva infiammazione dell'organismo e che nel caso in cui un singolo allergene (acari, pollini, muffe) abbia davvero una responsabilità diretta, la via migliore per guarire è quella di indurre tolleranza immunologica per tornare "amico" della sostanza allergizzante. Polline o alimento che sia.

La “vaccinazione” iposensibilizzante (quella cioè “antiallergica” che non c'entra nulla con le vaccinazioni antiepatite, antinfluenzali o simili) può agire dall'esterno sul sistema immunitario per indurre tolleranza. Quella a bassa dose, può essere utilizzata sia nel caso di reazioni alimentari sia, con estrema efficacia, nel trattamento delle allergie respiratorie: si tratta di uno dei sistemi di terapia più interessanti e innovativi degli ultimi anni.

In SMA seguiamo da anni le persone con patologie allergiche con tecniche di questo tipo, la cui efficacia è stata proposta anche in ambito internazionale.

Che si tratti di allergie alimentari, di infiammazione da cibo o di allergie respiratorie (congiuntivite, asma, rinite, cheratite, russamento o roncopatia eccetera), seguiamo degli specifici percorsi terapeutici che consentono di migliorare o curare queste condizioni in un cammino verso la guarigione.

In pratica, si può scegliere una particolare concentrazione di sostanza alimentare o una specifica concentrazione a bassa dose di allergene respiratorio (oggi utilizziamo preparazioni prodotte da Anallergo per gli allergeni respiratori e Lofarma per il nichel, che sono due delle più importanti azienda allergologiche a livello internazionale) e si inizia la somministrazione quotidiana del rimedio per consentire il recupero della tolleranza.

Attraverso la quantità di allergene e la modalità con cui l'allergene entra in contatto con il sistema immunitario si possono ottenere effetti diversi. Se le alte dosi di allergene creano una sorta di “annegamento e paralisi” del sistema, cioè bloccano la reazione, ma solo nei confronti di quell'allergene, senza intervenire sulle altre concause, le basse dosi determinano invece una differente regolazione delle cellule che comandano la partenza della reazione; riescono cioè ad agire "a monte", modulando e controllando le reazioni, talvolta, verso tutte le allergie attive nell'organismo.

Questo significa che le preparazioni a bassa dose sono in grado di prevenire efficacemente le manifestazioni allergiche acute e di favorire la rieducazione dell'organismo alla tolleranza nei confronti dell'ambiente circostante e anche degli altri allergeni corresponsabili dei sintomi allergici. In pratica oggi sappiamo che la bassa dose non agisce solo sulle cellule B (quelle che producono gli anticorpi) ma sulle cellule Treg, le cosiddette cellule che regolano tutte le reazioni allergiche dell'organismo. Un po' come arrivare al centro di controllo anziché fermarsi alla periferia.

Nella pratica clinica, l'allergologia ha sempre mosso i suoi passi verso l'induzione di tolleranza ad alta dose (high dose tolerance), occupandosi poco della tolleranza a basso dosaggio (low dose tolerance). Alcuni recenti lavori hanno però evidenziato che questo tipo di intervento, in particolare in associazione con la riduzione dell'infiammazione da cibo e con l'abbassamento del livello di soglia individuale, può rappresentare un'arma formidabile per intervenire nella regolazione del sistema immunitario.

La tolleranza a bassa dose nel trattamento delle ipersensibilità

È noto che l'immunoterapia specifica ad alto dosaggio nei confronti degli allergeni alimentari o respiratori può avere alcuni aspetti di rischio per qualsiasi soggetto allergico.

La possibilità di agire attraverso una induzione di tolleranza “a bassa dose” rende invece percorribile la strada della iposensibilizzazione in modo assai più agevole e molto più sicuro e ormai sono sempre più numerose le esperienze di trattamento di forme allergiche anche gravi con questo tipo di modalità.

Oggi adirittura si propone una induzione di tolleranza a molteplici allergeni alimentari da effettuare in modo progressivo e graduale, considerata efficace e sicura per il trattamento della poliallergia alimentare (Begin P et al, Allergy, Asthma & Clinical Immunology 2014, 10:1 doi:10.1186/1710-1492-10-1).

Il meccanismo della tolleranza a bassa dose è stato verificato efficace anche nella guarigione di forme gravi di allergia alimentare come quella all'uovo, quella nei confronti delle arachidi e quelle nei confronti del latte, aiutando soggetti gravemente a rischio di shock anafilattico a guarire dalla loro malattia, riprendendo ad assumere i cibi precedentemente a rischio.

In particolare, nei confronti della tolleranza verso le arachidi segnalo quanto già pubblicato sul mio libro "Come una pentola a pressione", scritto insieme al collega Gabriele Piuri.

[...] La graduale reintroduzione del cibo allergizzante, a partire da bassissime concentrazioni che vengono via via aumentate, porta, nella maggior parte dei casi, alla guarigione. La tecnica viene definita iposensibilizzazione a bassa dose, o immunoterapia tollerogena orale. Lo stesso principio e? stato quindi applicato anche alle arachidi. Due lavori pubblicati nel 2009 sul Journal of Allergy and Clinical Immunology hanno documentato l'efficacia (Jones SM et al, «Clinical efficacy and immune regulation with peanut oral immuno- therapy» J Allergy Clin Immunol 124, n. 2 (aug. 2009): 292-300) e la sicurezza dell'iposensibilizzazione a dosi crescenti nei confronti dei "peanuts", appunto una delle allergie più gravi e invalidanti presenti negli USA (Hofmann AM et al, «Safety of a peanut oral immunotherapy protocol in children with peanut allergy» J Allergy Clin Immunol 124, n. 2 (aug. 2009): 286- 91).

In pratica, ai bambini sono stati somministrati 50 milligrammi di un trito di noccioline americane disciolte nel latte o in un succo di frutta o nello yogurt. Gradualmente la dose è stata aumentata, sempre diluita in un mezzo alimentare e sempre per via orale. I bambini trattati per ricreare tolleranza hanno avuto qualche modesta reazione nelle fasi iniziali di trattamento, ma nel complesso hanno sostenuto senza effetti negativi il protocollo di reintroduzione, arrivando ad assumere senza danni dosaggi di noccioline ben più elevati di quelli eventualmente dovuti al contatto o all'ingestione accidentale. [...]

Ricordo negli anni passati le esperienze iniziali con i trattamenti iposensibilizzanti a bassa dose alle betulle. Spesso accadeva che a soggetti poliallergici respiratori (ad esempio a betulla e graminacee), venisse proposto un doppio trattamento: prima alle betulle e poi alle graminacee, visto che nella stagione arrivano prima i pollini delle betulacee e poi quelli più diffusi delle graminacee. Mi accorsi che spesso le persone iniziavano il trattamento iposensibilizzante alla betulla, e proseguivano con lo stesso tipo di trattamento anche durante la stagione delle graminacee, ottenendo ottimi risultati di controllo della sintomatologia anche nei confronti dei pollini verso cui non stavano facendo una terapia specifica.

Questo ci obbligò a riflettere sul fatto che essendo sicuramente trascorsa la stagione delle betulle, doveva esistere una inibizione “accessoria” su altri antigeni similari (come nel caso di una possibile connessione tra i grassi comuni a diversi alimenti o in alcuni casi di "crociatura" alimentare) o anche del tutto differenti.

Non solo allergie respiratorie

Recenti lavori scientifici (tra i quali vale la pena di segnalare quelli svolti da Attilio Speciani, Marco Fumagalli e Giampiero Patriarca) hanno confermato che l'uso di questo trattamento ha portato a significativi miglioramenti anche in situazioni cliniche come la dermatite da contatto dovuta al solfato di nichel (quella che spesso affligge i parrucchieri per contatto professionale, o tipica di chi ha reazioni agli orecchini da bigiotteria).

Il trattamento, consente fra l'altro una dieta più variata e un contatto più libero con gli oggetti che contengono questa sostanza estremamente diffusa. Si tratta quindi di uno strumento versatile e privo di rischi che può e deve entrare a fare parte del bagaglio di conoscenze dell'allergologo e del medico di medicina generale, in piena rispondenza alla necessità oggi esistente di ampliare e diversificare le forme di terapia delle allergie.

Benché la terapia iposensibilizzante sia stata utilizzata fin qui soprattutto per allergie e intolleranze, già dal congresso della New York Academy of Sciences sulla tolleranza orale, tenutosi nel marzo 1995 a New York, si sono aperte nuove prospettive sulle possibilità applicative di questo strumento, soprattutto nel campo delle patologie autoimmuni, dell'artrite reumatoide, della sclerosi multipla, del diabete e così via.

Si tratta di patologie in cui fino ad oggi si è ragionato quasi esclusivamente in termini di trattamento con cortisonici, con immunosoppressori o con farmaci di elevata tossicità come la ciclosporina. Oggi sappiamo che la terapia dell'Artrite Reumatoide e di molte altre patologie autoimmuni può passare attraverso una adeguata terapia nutrizionale e il supporto di adeguate preparazioni ad azione tollerogena.

Prospettive future

Nel momento in cui si identificano nuove possibili strade di modulazione immunitaria, attraverso meccanismi semplici di trattamento e sicuramente molto meno a rischio di effetti tossici o collaterali indesiderati, si opera un salto qualitativo enorme.

Grazie a questo salto qualitativo è possibile che in futuro si possano prevenire o curare in modo molto più “morbido” ed efficace patologie che fino ad oggi incutono solo angoscia e timore.

Situazioni analoghe si verificano nel caso di persone affette, ad esempio, da rinocongiuntivite e/o asma controllabile terapeuticamente con sostanze farmacologiche.

L'uso di preparazioni vaccinali a bassa dose per gli acari o per i miceti (quindi allergeni perenni) ha dato conto di risultati molto importanti nelle patologie infiammatorie respiratorie croniche e nei confronti di reazioni oculari gravi come la cheratite o le cheratocongiuntiviti ricorrenti. In relazione ad una azione di tolleranza generalizzata, l'uso di un vaccino per gli acari diventa spesso supporto "inaspettato" per una dermatite allergica o per un eczema.

La stessa cosa avviene ad esempio per il nichel: persone con una dermatite importante da nichel (sia da contatto locale, sia da ingestione) possono beneficiare (come documentato nei lavori proposti sia a Berlino 2001 sia a Birmingham 1998, in occasione dei rispettivi congressi europei di allergologia) di un dosaggio tollerogeno che consente spesso la risoluzione del problema o il suo controllo.

Attualmente non può e non deve essere provata o testata, al di fuori di ambienti controllati, qualsiasi preparazione che contenga ad esempio uovo o arachide, in soggetti che hanno alti valori di IgE specifici (anche se non sappiamo il tipo di affinità esistente) e che dopo una reazione anafilattica evidente non hanno mai più reintrodotto quel cibo nell'alimentazione. La terapia, oggi possibile, di queste forme deve essere effettuata da medici esperti. 20 anni fa si credeva che la tolleranza non fosse più inducibile, oggi sappiamo invece che grazie a tecniche simili allo svezzamento infantile anche il grave allergico può guarire e tornare completamente o parzialmente tollerante.

Si può dire che la pratica clinica di oggi è nata dalla considerazione (già attiva negli anni '80) delle allergopatie come disturbi di regolazione globale, e ha consentito pertanto di muoversi attraverso l'uso di tecniche e preparati a questo indirizzati.

In più, dati scientifici recentissimi confermano oggi questo tipo di concezione e aprono ulteriori nuove strade applicative per il trattamento dei fenomeni allergici e per il riequilibrio della tolleranza sia nei confronti degli alimenti sia degli allergeni respiratori.

La possibilità di integrare i diversi tipi di conoscenza esistente (analitica ed olistica) in modo equilibrato consente oggi potenzialità operative precedentemente impensabili.

Durata della terapia iposensibilizzante

Per fare qualche esempio, l'iposensibilizzazione al nichel dura in genere 6-12 mesi. Per alcuni alimenti i tempi variano tra 3 e 12 mesi. Per gli allergeni respiratori (per esempio per le graminacee) la terapia è solitamente stagionale (con inizio 2-3 mesi prima della pollinazione e termine alla fine della stessa), ma una buona percentuale di individui sembra rispondere bene anche all'uso contestuale alla pollinazione. In caso di allergeni perenni (quali acari, muffe, candida), l'uso può anche essere continuato nel tempo. Tuttavia, in un'elevata percentuale di casi, dopo 12-18 mesi di trattamento si tenta in genere la sospensione della terapia, valutandone gli effetti.

L'utilizzo contemporaneo di alcuni integratori ad azione antiallergica (come Zerotox Ribilla, Quercitina, Olio di Perilla, Zerotox Inositox, Olio di Ribes nero, Oximix 3+) può essere di forte impatto sul recupero della tolleranza e sulla guarigione.