Chi mette i bastoni fra le ruote alla serotonina e al buonumore?


di Luca Speciani
01 Novembre 2006

Se oggi entriamo in una farmacia ed esaminiamo quali siano i prodotti più venduti, saremo sorpresi nel constatare come, subito dopo gli analgesici, la classe di farmaci più richiesta sia quella degli antidepressivi. Quindi facciamo uso di farmaci, più che per curarci, per vincere le nostre paure più profonde: quella del dolore, ma anche quella della solitudine, della depressione, della tristezza e della dipendenza affettiva.

Ma è così da sempre? Cinquant'anni fa non sembravano esservi così tante persone bisognose di cure antidepressive. E in più il fenomeno sembra espandersi in modo molto rapido con dinamiche simili a quanto verificatosi con alcol, fumo, droghe, iperalimentazione e altre dipendenze. Di fronte a ciò viene da chiedersi quali siano le basi biologiche di questa pericolosa deriva. Conoscerle può significare essere in grado di difendersi.

Tutti dipendenti?

Molti antidepressivi, e in particolare i cosiddetti SSRI (inibitori del reuptake della serotonina) sono studiati in modo da aumentare le disponibilità di serotonina per i recettori della cellula nervosa. La serotonina è un mediatore di segnale connesso con uno stato di benessere generale, di sicurezza, di serenità.

Più ne abbiamo, più ci sentiamo sereni, soddisfatti ed equilibrati. Risolti tutti i problemi, dunque? Antidepressivi a pioggia, e ogni problema psicologico si attenua, dal marito infedele alla frustrazione professionale?

Purtroppo non è così: come ogni sostanza psicoattiva, la serotonina induce resistenza. La presenza di flussi di serotonina anomali, come fossero onde innaturali provenienti dall'esterno vengono registrate dalla cellula nervosa come piccoli insulti dai quali difendersi attraverso una riduzione del numero dei recettori, col risultato, nel lungo periodo, di avere necessità di sempre maggiori dosaggi.

Via via che i dosaggi crescono le normali emozioni positive e le gioie della nostra vita quotidiana, non sono più capaci di darci alcun sussulto: o riceviamo un'overdose di serotonina, o alle nostre cellule nervose non facciamo neppure il solletico. Ecco così che ciò che avevamo preso per avere un pochino di sollievo psicologico ci diventa indispensabile, e si trasforma in dipendenza biochimica. Siamo sicuri di volere tutti andare in questa direzione?

  Molecole per capire

Nel libro “Prevenire e curare la depressione con il cibo” Attilio Speciani ed io abbiamo evidenziato come vi siano numerose vie alternative per affrontare questo grave problema senza cadere per forza nella dipendenza farmacologia (ahimè, tanto gradita ad alcuni).

Tra le varie, un'alimentazione corretta, che rimuova i continui picchi endorfinici e serotoninici legati ad assunzioni massive di zuccheri semplici, ci può rendere più forti e meno sensibili agli sbalzi d'umore. In tale testo abbiamo segnalato l'esistenza (al pari di ciò che avviene, per esempio, con la resistenza insulinica nei pre-diabetici) del fenomeno di “resistenza serotoninica”.

La via per una migliore comprensione dei nostri stati mentali disturbati passa attraverso una profonda comprensione delle basi biologiche delle nostre reazioni e dei nostri comportamenti.

La resistenza serotoninica è uno dei concetti chiave che può aiutarci nell'individuare - nella gamma di strumenti a disposizione di ogni buon clinico, farmaci compresi - il mix più idoneo per la salute e il benessere di chi ci chiede assistenza.