giovedì, 10 maggio 2012 18:00

L'omeopatia non è un placebo

Poche settimane fa la rivista scientifica “Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine” ha pubblicato un articolo dal titolo “Testing homeopathy in mouse emotional response models: Pooled data analysis of two series of studies”. Firmato da ricercatori dei dipartimenti di Patologia e Diagnostica e di Medicina e Sanità Pubblica dell’Università di Verona, guidati dal professor Paolo Bellavite, l'articolo riportava i risultati di uno studio avviato nel 2007 sugli effetti di medicinali omeopatici nel modulare i comportamenti e le risposte emozionali nei topi di laboratorio. Il risultato più evidente dimostrava come il Gelsemium sempervirens riduca l’ansia e la paura come i normali farmaci ansiolitici, ma senza provocare alcun effetto avverso sull’apparato locomotorio. I test sono stati eseguiti grazie ad un progetto di collaborazione scientifica tra l'Università di Verona e i Laboratoires Boiron. Della loro storia, e anche della battaglia di idee che vi sta dietro, ci ha parlato il professor Bellavite.

“Nel gennaio del 2007 abbiamo cominciato dei test di medicinali omeopatici su modelli di comportamento del topo trattati usualmente con psicofarmaci o ansiolitici. Abbiamo lavorato con diversi medicinali, ma i risultati più interessanti li ha dati soprattutto Gelsemium sempervirens, e in certa misura anche Ignatia amara”.

Che tipo di test avete effettuato?
Due tipi di test. Il primo, Open Field, consiste nel verificare la deambulazione del topo in uno spazio limitato di 50x50 cm. Se l'animale si muove lungo le pareti, allora manifesta ansietà e paura dello spazio aperto; se procede confidente verso il centro, ciò indica maggiore tranquillità e attitudine all’esplorazione. L'altro, Light Dark, si svolge accendendo una lampada da 200 Watt in un'area dov'è posta una tana chiusa: se il topo resta in tana al buio, c'è ansietà; se esce alla luce, non c'è. I test sono stati eseguiti in doppio cieco, ripresi con una telecamera ed i punteggi sui vari comportamenti erano assegnati dal software. Abbiamo lavorato su 8 gruppi da 8 topi ciascuno, per circa 3 settimane in ciascuno dei 14 esperimenti eseguiti.

Quali risultati avete riscontrato?
All’inizio, una maggior efficacia del preparato nei testi Open Field, e minore nel Light Dark. Abbiamo testato soprattutto la diluizione di Gelsemium 5 CH, e poiché ci è stato mosso il rilievo di aver lavorato solo su di essa, abbiamo deciso di verificare anche diluizioni più alte, quali la 7 CH e la 30 CH. Il principio attivo, la Gelsemina, era comunque in funzione anche in quei casi, ma non offriva prove sistematiche. Così abbiamo eseguito un secondo giro di test con altre diluizioni: le precedenti, cui abbiamo aggiunto la 4 CH e la 9 CH, più due gruppi di animali trattati con un placebo. Questo secondo giro ha reso ancor più evidente il funzionamento del principio attivo, ma questa volta nei test Light Dark più che negli Open Field. La valutazione statistica complessiva dava come diluizione più efficace la 9 CH.

Questi risultati sono stati pubblicati?
Sì, i primi su riviste del settore omeopatico, gli ultimi sulla rivista Psychopharmacology nel 2010. Io stesso ho poi consegnato di persona la ricerca al professor Silvio Garattini, con cui c'è poi stato uno scambio in via privata di sue obiezioni e di mie risposte. Due mesi dopo, più o meno, due ricercatori dell'istituto Mario Negri hanno inviato una lettera all’editore di Psychopharmacology in cui i nostri studi venivano contestati per mancanza di riproducibilità e non plausibilità. Siamo nel novembre del 2010: dopo consultazioni con i referee, l'editore respinge la lettera.

Poi cosa accade?
I ricercatori mandano una seconda lettera, più o meno un anno dopo, con contestazioni ancor più forti. L'editore questa volta decide di pubblicare, lasciandoci diritto di replica, ma con minimo spazio. Inviamo quindi la breve risposta ai punti essenziali, che viene pubblicata assieme alla lettera di contestazione, ma ciò non è sufficiente a chiarire tutta la questione.

Cosa intende? 
Volevo fare qualcosa di più che una controdeduzione. Anzitutto, diciamo che l'obiezione mossa dai ricercatori riguardava gli esiti apparentemente contrastanti del primo e del secondo lavoro: nel primo, è più efficace il test Open Field; nel secondo, il Light Dark. Questa, secondo loro, grave contraddizione avrebbe dimostrato la non riproducibilità degli studi sui medicinali omeopatici. Io ho dapprima sottolineato che nei miei lavori si parlava di significatività statistica, e non di efficacia tout court. In altre parole, i risultati erano nella stessa direzione ma la significatività statistica era raggiunta in modo diverso nei due studi, il che era dovuto plausibilmente a problemi di numerosità del campione, non certo ad una contraddizione dei dati. Ma, come dicevo, assieme agli altri autori abbiamo voluto fare qualcosa in più. Così abbiamo sottoposto a una nuova meta analisi statistica i dati del primo e del secondo lavoro e ne abbiamo tratto una visione unica, che ha permesso di vedere gli esiti in modo unitario. E di constatare che il trend di efficacia del principio attivo si riproduce: le differenze quantitative non inficiano questa conclusione.

Quanto alla non plausibilità?
La loro obiezione riguardava l'inesistenza di una proporzione tra dose ed effetto. Il punto è semplice: guardavano ai dati con l'occhio della farmacologia “convenzionale”, che è diverso da quello dell'omeopatia. Il punto decisivo è questo: abbiamo dimostrato che la diluizione 9 CH è più efficace della 5 CH, mentre la “dose” di principio attivo è milioni di volte più bassa. Questo risultato non può essere letto sotto la lente farmacologica classica, perché l'omeopatia funziona diversamente, anche secondo regole di non linearità e di complessità, regole comunque ormai accettate anche in molti settori della biomedicina. Tra l'altro, proprio di questo parleremo a Firenze in un convegno internazionale il 21 e 22 settembre, sulla medicina integrata.

Quale può essere l’importanza di questi risultati per la medicina?
Il test è stato effettuato su topi, non su uomini, quindi non si può reclamare direttamente una efficacia clinica. Ma il fatto che gli esiti funzionano anche su modelli animali indica nel modo più rigoroso che non può trattarsi di un mero effetto “placebo”. Inoltre, il fatto che l’attività farmacologica sia qualitativamente presente in molte diluizioni/dinamizzazioni diverse, anche se con variazioni quantitative, lascia supporre che il problema della “dose giusta” nel campo omeopatico non sia così determinante per il risultato finale, il che, se confermato, dovrebbe dare maggiore sicurezza agli omeopati al momento della prescrizione. Questo tipo di farmacologia delle soluzioni estremamente diluite merita di essere maggiormente indagato e valorizzato. Io mi auguro che la pubblicazione di tutto ciò su una rivista come “Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine” (avvenuta poche settimane fa, ndr) possa dare coraggio anche ad altri ricercatori nell’intraprendere protocolli di ricerca pazienti e rigorosi e nel divulgare i loro studi. Io non credo esista una scienza allopatica e una omeopatica. Credo esista una scienza e basta, con cui è necessario confrontarsi. Studi di questo tipo non mancano, ed è giunto il momento di dar loro la visibilità che meritano.

Redazione Eurosalus

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