lunedì, 9 gennaio 2006 17:37

Omeopatia

Il termine omeopatia significa letteralmente “malattia del simile”, ed è legato alle intuizioni e alle scoperte del medico tedesco Samuel H. Hahnemann, nato nel 1755.

Se per molti la parola omeopatico è associata semplicemente all'idea di infinitesimale, di estremamente piccolo, in realtà il concetto base dell'omeopatia è quello del “simile”, cioè della possibilità di curare le malattie con sostanze che provocano nel soggetto sano sintomi simili a quelli della malattia stessa.

Hahnemann verificò su se stesso la validità di questa intuizione. Riflettendo sulla somiglianza del quadro clinico febbrile dei lavoratori della china con le patologie malariche che venivano appunto trattate con il chinino, decise di provare su se stesso l'effetto della china, verificando la comparsa di una febbre intermittente del tutto simile a quella combattuta dal chinino stesso.

Una stessa sostanza sembrava dunque in grado di provocare e guarire la malattia.

Un esempio

Spesso le persone che soffrono di afte boccali parlano spontaneamente di un dolore come se “avessero messo in bocca dell'acido solforico”. In effetti, se noi mettiamo la mucosa della bocca a contatto con dell'acido solforico, otteniamo come risultato delle ulcerazioni molto simili alle afte boccali; inoltre, se noi facessimo attuare a molte persone sane un esperimento omeopatico, somministrando cioè a ciascuna persona una diluizione di Sulphuricum acidum per più giorni continuativamente, otterremmo nella maggior parte delle persone sottoposte all'esperimento la comparsa di ulcerette in bocca paragonabili alle spontanee afte boccali.

Il concetto dell'omeopatia è allora questo: se l'acido solforico è in grado di provocare nel soggetto sano delle ulcere simili alle afte boccali, sia per effetto tossico diretto sia per effetto della prova sperimentale omeopatica, si può provare a usare lo stesso acido solforico anche nella cura delle afte che si presentano spontaneamente in bocca.

Autodifesa dolce

La terapia omeopatica ovviamente non usa l'acido solforico puro, ma la sua diluizione più bassa possibile, in modo da far agire il rimedio come agisce un vaccino, stimolando cioè l'organismo a difendersi nei confronti di un'aggressione che sia “simile” a quella provocata dall'acido solforico, e soprattutto senza arrecare danno all'organismo.

Infatti l'azione dell'omeopatia è molto simile a quella di un vaccino, che stimola cioè gli anticorpi dell'organismo a organizzarsi per assumerne le difese. 
Inoltre la guarigione, spesso molto rapida, avviene in modo dolce e sicuro, perché vengono assunti rimedi non tossici, che non provocano dunque nell'organismo effetti indesiderati o collaterali.

Due sono quindi gli aspetti pratici più rilevanti nell'omeopatia:

  1. la stimolazione delle reazioni dell'organismo, quasi come una vaccinazione, che tiene conto delle capacità dell'organismo di difendersi da solo dalle aggressioni esterne e interne;
  2. la non tossicità delle sostanze assunte, senza quindi alcun rischio di effetti collaterali indesiderati o non conosciuti.

L'uomo intero

L'omeopatia si distacca dai canoni usuali della medicina allopatica, che spesso cerca solamente di contrastare i sintomi che si presentano in un organismo senza cercare di riequilibrarne l'insieme, per un altro aspetto rilevantissimo: il medico omeopatico prende in considerazione “tutto” l'organismo con i suoi modi di reagire alla malattia, per attuare una terapia che non sia solo fisica ma anche, contemporaneamente, psicologica.

Nel scegliere il rimedio appropriato (il Sulphuricum acidum, ad esempio, per una persona che ha un certo tipo di ulcerette in bocca), il medico omeopatico prende in considerazione anche alcune caratteristiche psicologiche di quell'individuo, intervenute dal momento in cui si è presentata la malattia. 
La considerazione psicologica della persona è ancora più importante se si prendono come esempio dei disturbi specificamente emotivi, come l'insonnia o l'ansia, oppure i disturbi della sfera sessuale.

In questi casi, infatti, la terapia non deve curare semplicemente il disturbo specifico presentato dal paziente, ma cercare un suo graduale ritorno all'equilibrio psicofisico che precedeva la malattia; e ciò senza necessariamente usare psicofarmaci per imporre un benessere semplicemente farmacologico, cioè innaturale.


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