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Vedersi e riconoscersi PDF Stampa E-mail
di Mimmo Ventura   
 
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Il senso che impegniamo forse più di ogni altro, anche in relazione al mondo in cui viviamo, è la vista. La vista è il primo approccio a tutto, gli occhi sono il nostro accesso al mondo. E siccome il ritmo del vivere è accelerato in ogni cosa, ecco che allora ci siamo inconsciamente "adeguati", e non guardiamo più alle cose..."gettiamo occhiate".

La nostra giornata è scandita da una serie di "occhiate". Un'occhiata ai mille messaggi pubblicitari che ci ammiccano dai cartelloni pubblicitari, un'altra occhiata fugace ai titoli dei giornali (perché spesso un'ora per leggere decentemente un quotidiano è diventata un lusso che non riusciamo a permetterci), un'occhiata ai report su internet degli argomenti che ci potrebbero interessare, un'occhiata alla mail per vedere se c'è qualcosa di più urgente, un'occhiata al mattino prima di uscire di casa alla lavagnetta dove segniamo quello che manca in casa (nella speranza di riuscire a comprarlo prima di sera), un'occhiata ai bambini prima di uscire di casa, un'occhiata agli impegni della giornata, un'occhiata al mondo per prendere le misure di quale jungla ci attende fuori una volta varcata la soglia.

Un'occhiata su tutto... un'occhiata anche a noi stessi. Talvolta questa è una occhiata più critica, allora ci fermiamo un istante e ci guardiamo. E lo troviamo.

Quel difetto che ci mette a disagio con noi stessi e con gli altri, quel difetto che non ci permette di essere noi stessi e di competere alla pari con gli altri nella vita, perché l'immagine oggi è molto, se non tutto, e così crediamo di partire già svantaggiati!

Spesso è così che inizia " l'investitura ", come lo chiamo scherzosamente, quel processo che ci porta ad investire di una rilevanza speciale un difetto fisico, ed a giustificare un disagio nei confronti degli altri (che spesso ha le sue radici in un malessere interiore) come dovuto ad un'imperfezione della nostra fisicità piuttosto che non della nostra meta-fisicità (interiorità). Ed allora iniziamo tutto un processo di valutazione ipercritica del difetto attribuendo alla rimozione dello stesso la possibilità di cambiare in meglio noi stessi, la nostra personalità, le nostre potenzialità.

Come sempre accade, in tutto questo c'è una parte di vero, ed una parte di "bugia bianca" che raccontiamo a noi stessi.

Nel fare il mio lavoro, credo sia necessario, ed inoltre mi piace, trattenermi a parlare con i pazienti per entrare in contatto con le esigenze, le aspettative, le attese di risultato che hanno quando si rivolgono al medico (al chirurgo plastico in questo caso). Mi trovo così spesso ad esaminare quello che è l'aspetto chirurgico del lavoro, che però non è svincolato dall'aspetto psicologico perché ritengo che l'importante sia guardarsi per vedersi, guardarsi e riconoscersi. 

Riconoscere la reale portata del difetto che vogliamo correggere, la reale entità dell'aspettativa che abbiamo nei confronti della chirurgia, la reale capacità di trovare soddisfazione in un buon risultato sapendo che il più bello è il più naturale, il più insospettabile e discreto.

Al di là delle difficoltà intrinseche nell'atto di rimozione chirurgica di un difetto, qualsivoglia esso sia, credo sia necessario raggiungere (e tanta chirurgia plastica estetica va in questo senso) una percezione corretta di noi stessi, sapendo che far collimare la nostra immagine con "l'aspettativa di immagine" che abbiamo, in seguito all'intervento chirurgico è una delle maggiori difficoltà di oggi.

In questo processo sono convinto sia molto importante, proprio attraverso la capacità di dialogo con il paziente, instaurare una critica positiva e propositiva nei confronti di ciò che si vuole fare, perché c'è un valore aggiunto nel mio lavoro, che a volte consiste nel saper dire no all'eccesso, a ciò che erroneamente si può percepire come esteticamente piacevole in quanto " eccessivo nella sua correzione", perché la bellezza ritengo sia come l'eleganza... naturale, discreta e mai eccessiva nelle sue manifestazioni.

Perché così naturalmente sia sempre possibile guardarsi e riconoscersi, anche lasciando, quando fosse utile un lieve difetto nella correzione che però sia la più "naturale correzione" possibile.


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