Non si tratta di una perplessità solo nostra. Il Bollettino d’informazione sui farmaci del Ministero della Salute (n. 1 2004), per esempio, dedica un intero articolo (Terapie antipertensive a confronto. La realtà italiana dopo lo studio ALLHAT) al fatto che né lo studio ALLHAT, né una successiva metanalisi (Psaty BM et al. Health outcome associated with various antihypertensive therapies used as first-line agents, JAMA 2003; 289: 2534-44) hanno sostanzialmente modificato le prescrizioni in Italia, a differenza che in altri paesi.
Eppure, entrambi gli studi hanno mostrato un rapporto, in termini sia di costo sia di beneficio, estremamente favorevole alla terapia con i diuretici rispetto a quella con ACE inibitori e con calcio antagonisti.
Lo stesso numero del Bollettino riporta inoltre un articolo, Cox 2-inibitori: le conclusioni dell’EMEA, del quale abbiamo pubblicato una sintesi nella sezione per gli operatori (clicca qui) sulle aspettative deluse da questi farmaci di nuova concezione rispetto ai FANS tradizionali. Ma anche per queste sostanze (il cui costo si aggira tra 1,15 e 1,50 € a capsula), non si è ancora assistito a un calo delle prescrizioni.
Di altre terapie, dimostratesi inefficaci alla prova dei fatti, come la terapia eradicante per l’helicobacter pylori nei pazienti con la gastrite, abbiamo già dato notizia. Come pure della maggiore efficacia della somministrazione di vitamine antiossidanti rispetto all’interferone in una patologia come la steatosi epatica.
Ma a quanto pare, nel nostro paese, anche ricerche importanti, che potrebbero imporre un’inversione di tendenza a una spesa sanitaria in continua crescita, non sono una motivazione sufficiente al cambiamento della pratica clinica.
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