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Gli ultimi giorni hanno visto le intolleranze alimentari protagoniste di accesi dibattiti giornalistici sulla carta stampata e in TV. I professori di parte “lesa” (tra loro noti cattedratici, che indubbiamente non hanno ancora trovato il tempo di aggiornarsi scientificamente) hanno parlato delle intolleranze alimentari come di fatti non documentati e legati alla fantasia di persone malate (pazienti e medici).
La realtà è diversa, e la spiegazione di quanto accade va probabilmente ricercata nell’impatto socioeconomico che l’alimentazione ha sulla società in generale.
I dati a disposizione
Innanzi tutto le intolleranze sono una realtà scientifica. Illustri ricercatori hanno documentato l’esistenza di una reazione immunologica non solo immediata (come le classiche allergie) ma anche legata alla ripetizione dello stimolo, ovvero il fenomeno che tutti conoscono come intolleranza alimentare (vedi per esempio H. Sampson, Plenary session, Main lecture al congresso mondiale di Allergologia di Vancouver, settembre 2003, e Bellanti JA, Ann Allergy Asthma Immunol. 2003 Jun;90(6 suppl 3):71-6 e 84-9). Sampson, massima autorità mondiale nel campo delle allergie alimentari ha poi precisato questi dati in un fondamentale aggiornamento pubblicato nel 2004 sul JACI (Sampson HA, Update on food allergy. J Allergy Clin Immunol 2004 May;113(5):805-19; quiz 820)
Le intolleranze dipendono esattamente dallo stimolo ripetuto per più giorni, e gli effetti sono di tipo immunologico esattamente come quelli dovuti alle IgE. Per anni i più quotati allergologi universitari di casa nostra hanno detto e ripetuto che le uniche manifestazioni di cui vale la pena di occuparsi sono quelle IgE dipendenti, e che le altre sono di competenza dello psichiatra.
Una concezione alla quale hanno dato un duro colpo alcune ricerche recenti, che illustrano bene come le intolleranze possano determinare fatti psicoemotivi gravi, mentre chi parla di intolleranze senza conoscerle continua a vedere la persona che soffre solo come ‘psicologicamente disturbata’ solo perché denuncia di avere reazioni da cibo che il medico non è in grado di comprendere.
Il medico completo che vuole restare in contatto con la realtà clinica dei suoi pazienti deve invece occuparsi anche di questi aspettiper favorire la guarigione di chi sta male, soprattutto quando soffre delle numerose patologie infiammatorie e immunoflogistiche che il trattamento delle intolleranze alimentari è in grado di modificare radicalmente.
Alimentazione moderna e medicina moderna
Il problema vero è che se si deve (e si deve oggi per rispetto all’equilibrio umano) occuparsi di come sono fatti i cibi, diventa difficile dare indicazioni alla gente senza darle anche alle case produttrici (immensi interessi economici ruotano intorno, ad esempio, al solo mercato delle merendine del mattino).
Inoltre è vero che dalle intolleranze si guarisce, e per fortuna lo si fa. Il processo attraverso cui si passa per essere di nuovo tolleranti è del tutto assimilabile allo svezzamento. Non è un criterio negativo il fatto che le intolleranze si modifichino nel corso del tempo. Che guariscano e che ne possano nascere di nuove. Per fortuna la salute riconquistata attraverso l’alimentazione documenta la capacità di ogni essere vivente di aiutarsi anche senza usare sempre necessariamente farmaci.
La realtà, fortunatamente, è mutevole. Non ci sentiamo toccati dalle parole di scherno dette dal professore di turno che segnala la mutevolezza della reazione ai cibi. Crediamo molto di più alla persona che cresce, cambia e modifica la propria reattività immunologica che a quella che si porta scritta su un documento di esenzione la diagnosi immutabile per una patologia che con un po’ di dieta e di movimento potrebbe guarire.
Ci piace di più credere a una medicina che sappia modificarsi che ad una medicina burocratizzata, che rifiuta la capacità dell’uomo di avere anche reazioni modulate nel tempo, come Sampson ha documentato.
Mantenere un criterio di divisione di questo tipo lascerà la classe allergologica “ufficiale” sempre più chiusa nella sua torre d’avorio, incapace di riconoscere i reali bisogni e i mutamenti della popolazione in relazione al rapporto con l’ambiente e con il cibo (vagamente malati) che ci circondano.
Staff Eurosalus
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