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In un recente articolo di DoctorNews, rivista elettronica riservata ai medici, si legge che uno studio inglese conferma (se mai ve ne fosse stato bisogno) la diffidenza ed i timori della popolazione per i test sul genoma (test del DNA) che diverse case produttrici di integratori utilizzano per dimostrare un rischio genetico di malattia a cui prestare particolare attenzione e soprattutto prevenzione.
Se i risultati del test indicano la probabilità, ad esempio, di una malattia cardiaca, si viene a creare uno stato di necessità psicologico nel paziente, che si sente minacciato da questa sentenza inappellabile (il test va effettuato una sola volta nella vita) che pende sul capo come una spada di Damocle e crea dipendenza all’assunzione di farmaci-integratori, e chissà cos’altro ancora, nel tentativo eterno di sfuggire a questa maledizione.
Si, dal latino male-dicere, parlare male, dare notizie cattive, distoniche.
Fin dai tempi dei romani, infatti, la comunicazione si è basata su due tipi di linguaggio: sintonico, empatico, positivo e propositivo (e questa è la medicina personalizzata), oppure distonico, antipatico, negativo e basato sulla paura, che crea uno “stato di necessità” e di difesa (terrorismo).
Non spetta a me discutere sulla validità dei test, ma posso certo temere che se il medico è la prima medicina, una “rivelazione” di pericolo anche solo teorica, e che forse mai si realizzerà, possa innescare meccanismi psicologici (e non solo) in grado di predisporre e forse anche realizzare il più temuto degli esiti.
La ricerca inglese ha rilevato, a sorpresa, forti preoccupazioni per le conseguenze pratiche della possibilità di scoprire - grazie a test genetici - di essere più esposti al rischio di sviluppare alcune malattie. O di individuare, grazie all'esame del Dna, i primi sintomi di una patologia. La gente infatti teme che queste opzioni, promesse dai ricercatori, potrebbero avere un impatto negativo sulla propria vita. Sente che potrebbero mettere tensione in famiglia e fra i parenti e, potenzialmente, portare alla stigmatizzazione. Non solo, la gente teme anche che l'esito dei test genetici potrebbe limitare l'accesso a servizi chiave, come assicurazioni, forme di coperture mediche e avere perfino un impatto sulle possibilità di impiego.
Mi allineo quindi col giudizio negativo su questi test che rischiano di provocare danni psicologici ed economici enormi ai nostri pazienti facendo leva sulle loro paure ipocondriache, ma dissento profondamente dal denominare tale approccio “personalizzato”.
La medicina personalizzata è altra cosa: significa ascolto e comprensione del paziente, significa approccio olistico a 360° delle sue problematiche, significa utilizzare la cura migliore per lui, “cucita” come un abito da abile sarto.
Nulla a che fare col “pret a porter” genomico di un test che presto vedremo in mano ad estetiste, parrucchieri, tricologi, farmacisti, ecc..
Dopotutto si tratta solo di DNA, due semplici catene nucleotidiche che costituiscono la storia della vita sulla terra, presenti entro ognuno di noi dalla notte dei tempi, trasmessi con l’atto di amore supremo che costituisce il rapporto sessuale, tramandati e gelosamente custoditi dentro i nostri corpi-provetta, in una staffetta infinita, che alcuni chiamano vita.
Forse questi discorsi annoieranno i mercanti si salute, e gli “ingegneri” genetici, ma non devono intaccare la coscienza di noi medici, consapevoli della nostra missione-professionale dedita a fare davvero medicina “personalizzata”, ma non terrorismo genetico.
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