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L'ubriaco e la chiave ritrovata: metafora di una medicina del cuore PDF Stampa E-mail
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di Roberto Cavagna   
 
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Un ubriaco aveva perso la chiave di casa e la cercava non dove l'aveva persa, ma sotto a un lampione, per il semplice motivo che lì c'era più luce e ci vedeva meglio. Spesso nella vita, anche noi ci comportiamo come l'ubriaco: facciamo ciò che ci costa meno fatica per pigrizia, opportunismo o paura. Nascondiamo la testa sottoterra come gli struzzi e ci rifiutiamo di vedere o di sentire ciò che accade attorno a noi, non facciamo un solo passo nella direzione giusta, ma restiamo al caldo o alla luce di ciò che già sappiamo non andarci bene.

Nel corso dei secoli la scienza ha fatto passi da gigante, scoprendo farmaci utilissimi, inventando strumenti diagnostici e terapeutici sempre più progrediti ed efficaci, e noi tutti ne godiamo oggi i benefici.  Penso però, che la direzione della ricerca e della crescita, sia stata troppo spesso e troppo a lungo attorno al lampione e non abbia fatto quel piccolo sforzo di ritornare sui propri passi e vedere dove aveva perso il contatto con la realtà, con la logica e con l'umanità (e quindi con l'uomo).

Tornare sui suoi passi avrebbe richiesto umiltà e autocritica, qualità tanto più rare quanto più si sale l'Olimpo della scienza moderna. Lo scetticismo, l'arroganza ed il delirio di onnipotenza hanno inquinato la coscienza di noi medici, rompendo il sottile filo di congiunzione con chi ci sta di fronte. Quanti congressi, sperimentazioni, lavori clinici di assoluta inutilità vengono continuamente prodotti solo per autopromozione, per aumentare le medaglie sul petto (curriculum) o la stima e la considerazione generale (potere)?

                                    E così siamo ancora sotto il lampione...

Troppo spesso l'autorità scientifica si comporta come l'ubriaco che caparbiamente rifiuta di ascoltare ogni parere e di ripercorrere a ritroso la strada buia in cerca della sua chiave. Cerca solo dove crede che ci sia la luce.

Nella mia professione, e non sono solo per fortuna a farlo, nei confronti del mio paziente ho scelto di dedicare parte del tempo alla ricerca della chiave di questo sconosciuto che rischia di rimanere fuori casa e percorrere più volte il tragitto dal bar al lampione. Lo faccio nella speranza di aiutare chi non è in condizione di farlo da se. Di solito il medico che dedica tempo ai pazienti non finisce sulle pagine dei giornali o nei programmi televisivi, perchè il suo lavoro non si svolge sotto i riflettori né sotto i lampioni, ma in strade buie e poco conosciute.

"Fa più rumore un albero che crolla, di un'intera foresta che cresce" dice un proverbio. Bene, io spesso mi sento come l'albero che cresce, silenzioso ma utile. Con coraggio e volontà. 

L'ubriaco ci deride e urla che non capiamo nulla, i passanti ci dicono che è tutto inutile, ma tante volte noi troviamo la chiave, e questo ci basta. A volte un ubriaco si sveglia al mattino nel suo letto, vede la chiave sul comodino e non sa chi ringraziare; altre volte un passante si meraviglia di non avere notato quella chiave lì per terra, proprio dove era appena passato, ma in pochi si chinano a raccoglierla.

Magia, stregoneria, caso, destino, aggiungete tutti gli appellativi che volete: i più "geniali" la chiamano medicina alternativa, come se potessero esistere medicine "diverse".

Medicare, curare, vuol dire anche amare, sé stessi gli altri.

Non vi sono "alternative": se non ami non curi, fai solo il meccanico dei corpi. "Ama ciò che fai e farai ciò che ami" recita un proverbio "Solo così tu sarai RE".

Quando una persona guarisce è merito suo, ma spesso è grazie al medico che ha trovato la via per superare la malattia, il momento difficile. Quando la persona non guarisce è sempre colpa del medico che non ha trovato il modo di aiutare la persona ad aiutarsi. Nostro compito è quello di rendere consapevoli i pazienti della loro situazione fisica, ma soprattutto emotiva e mentale.

Ma la direzione qual è? Bisogna trovarla, e per trovare bisogna cercare. Chi rimane sotto al lampione non la troverà mai. Non vi sono binari né stazioni, né sentieri già marcati: ognuno deve cercare la propria chiave dove pensa di averla persa, fosse anche in fondo ad un lago o su di una montagna, costi quel che costi. Uscire dal cono di luce però vi esporrà alle critiche dei passanti, agli sberleffi dell'ubriaco e di chissà chi altri: certezze zero, rischi tanti, guadagni pochi.

Ma questo non spaventa. Io credo che la chiave sia nascosta nel posto più difficile da raggiungere: il cuore dell'uomo, sede dei suoi sentimenti, emozioni, passioni.  Quel povero cuore da noi tanto indagato con sonde, cardiografi, ecografi, e perfettamente ricostruito artificialmente, ma quasi mai considerato dal punto di vista emotivo.

Sappiamo tutto sulla fisiologia del cuore, da bravi elettricisti, ma non conosciamo quali meridiani energetici lo attraversano e quali influssi ha sugli altri organi, cervello compreso.

Quante volte ci siamo chiesti quali emozioni, sentimenti, passioni lo hanno fatto palpitare, arrestarsi, scoppiare, soffrire? Non abbiamo mai studiato il simbolismo che il cuore assume nelle diverse medicine (amore, coraggio, forza) e che ha nella nostra e nelle altre religioni, ma soprattutto, non sappiamo nulla del cuore di chi ci sta di fronte, e spesso nemmeno del nostro.

L'uomo viaggia nelle galassie con le astronavi, manda sonde sui pianeti lontani anni luce, ma non sa ancora viaggiare nel cosmo dei suoi pensieri, e si perde nell'oceano delle proprie emozioni. E, cosa ancor più grave, non conosce le spettacolari correlazioni tra la mente ed il corpo.

                                    Ora siamo fuori dalla luce del lampione...

.... e, con una lanterna in mano, ci facciamo strada in un mondo nuovo, noto a pochi, ma ricco di sorprese e soprattutto di riscontri.  Ma per trovare, come dicevo prima, bisogna cercare, e cercare nel posto giusto, esplorare nei posti più impensati e irraggiungibili, che per noi medici sono la mente e le emozioni.

"Ci vuole coraggio, umiltà, e tanta, tanta, tanta volontà."

 


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