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La crescita del fabbisogno energetico, il vertiginoso e progressivo rincaro del petrolio, le cui riserve sono per di più destinate ad esaurirsi, unito ai preoccupanti livelli di inquinamento atmosferico e riscaldamento globale è alla base della scelta di rivolgersi alle fonti di energia rinnovabili, tra le quali lo sviluppo dei biocarburanti prometteva di avviare un ciclo virtuoso dal punto di vista ambientale. Oltre a questo, si prospettava il vantaggio di ridurre la dipendenza dal combustibile fossile e di dare nuova linfa a un'agricoltura in recessione.
I 27 Paesi dell'Unione Europea hanno riconfermato di recente l'obiettivo di abbattere del 20% le emissioni nocive entro il 2020 e di portare entro la stessa data al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. Ma l'obiettivo è stato messo in discussione dopo l'allarme - lanciato da più fonti, ONU in testa - che imputa alla corsa ai biocombustibili la crisi alimentare che in questo momento è nell'agenda delle priorità cui far fronte a livello mondiale. International Energy Forum, Fondo Monetario Internazionale, UE e lo stesso governo americano hanno convenuto che "il conflitto tra cibo e combustibili può avere conseguenze disastrose a fronte di dubbi benefici in campo ambientale".
I biocarburanti si ottengono da grano, mais, soia, olio di palma, colza, canna da zucchero o da altri prodotti o scarti agricoli: incrementarne la produzione significa destinare a usi energetici superfici coltivate per l'alimentazione umana e animale. Questa riconversione messa in atto in modo intensivo dai Paesi produttori di materie prime alimentari (e per inciso anche le stesse industrie petrolifere si sono lanciate nell'affare) ha avuto come conseguenza un innalzamento considerevole dei prezzi di alcune derrate, come cereali e oli vegetali, con una ricaduta negativa su intere popolazioni che su questi prodotti basano la propria sussistenza. La FAO ha previsto di qui a 10 anni prezzi più alti del 20% per il frumento, del 40% per il mais, addirittura dell'80% per il riso.
Non solo: è stato fatto notare che l'opzione dei biocarburanti non è conveniente neppure dal punto di vista ecologico, dal momento che per produrre la materia prima del bioetanolo e del biodiesel ci vogliono molta energia e molto petrolio.
L'altro fondamentale argomento sollevato, probabile motivo commerciale di questa scelta verso i biocarburanti, è che grazie ad essa e al conseguente obbligo cessità di incremento delle aree coltivabili, verrebbe "sdoganata" in un certo senso la necessità di utilizzare prodotti OGM, consentendo quindi ai produttori degli stessi di introdurre colture geneticamente modificate, mais in primis, in luoghi e in regioni che ne sono, fino ad oggi, assolutamente privi. Tenendo comunque in considerazione che a fronte di due o tre anni di riduzione nella utilizzazione di pesticidi, la coltivazione OGM ha dimostrato invece di richiedere in seguito più pesticidi ed anticrittogamici delle colture tradizionali.
Ma allora i biocombustibili sono peggio del petrolio, come sostengono autorevoli esperti sulla rivista Science? L'alternativa tra fame e inquinamento ambientale ci pone di fronte a una scelta, ma se ascoltiamo quanto sostiene il sociologo Jean Ziegler, consulente delle Nazioni Unite per i diritti all'alimentazione, secondo il quale "280 chilogrammi di mais sono sufficienti per alimentare un bambino del Messico o dello Zambia per un anno; bastano però a produrre appena 49 litri di carburante, quanto serve a un SUV di grosse dimensioni per percorrere una distanza di circa 200 chilometri", non ci dovrebbero essere dubbi su quale tipo di scelta fare, perché diversamente da quello che ritengono molti, "il nostro stile di vita è negoziabile".
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