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La rivoluzione di Monsieur Boiron PDF Stampa E-mail
di Manuela Florio   
 
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© jean luc mège photographies

Che Christian Boiron sia il presidente dei Laboratoires Boiron, è risaputo. Un po’ meno noto è che lo stesso imprenditore, laureato in Farmacia e in Gestione Aziendale, che guida l’azienda omeopatica numero uno al mondo, sia anche un filosofo della scienza, un uomo colto e sensibile che non ha mai smesso di mettere in pratica il suo mondo ideale, un mondo nel quale i paradigmi si ribaltano a beneficio di molti anziché di pochi. Utopia? Non proprio, visto che, a pochi mesi dal suo sessantesimo compleanno, scopriamo che molti degli obiettivi di Monsieur Boiron sono già stati raggiunti e che alcuni (uno in particolare) sono vicini alla meta.

Mica male per un ragazzo ribelle che pensava a tutto tranne che seguire le orme di papà Jean, fondatore, con il fratello gemello Henri, dei Laboratoires Boiron, nel lontano 1967, a Lione. Lo incontriamo, in esclusiva per Eurosalus, a poche settimane dal lancio della nuova campagna pubblicitaria italiana che ha dovuto superare più di una censura (dalle nostre parti è severamente vietato promuovere prodotti omeopatici) ma che, con Omeoclub, il numero di telefono (02.26.99.03.82) per chiunque voglia avere più informazioni sulla possibilità di curarsi attraverso l’omeopatia, è riuscito ugualmente a dire la sua. Con stile.

D. Monsieur Boiron, come mai, secondo lei, in Italia c’è ancora così tanta diffidenza nei confronti dell’omeopatia?

R. «Non saprei. Forse prima di tutto è un fatto culturale. È lo stesso motivo per cui in India ci sono 200 mila medici omeopati e in Cina nessuno. Forse non c’è abbastanza apertura a livello scientifico e non abbastanza fiducia tra gli stessi medici omeopati. Non sono mai stato sostenitore di un confronto bipolare tra medicina e omeopatia. L’omeopatia, come scrivo anche nel mio libro Il futuro dell’omeopatia, fa parte della medicina. In Italia questo si è un po’ dimenticato. Per questo nel vostro Paese sto cercando anche di cambiare il tipo di comunicazione. Credo che i medici stiano prendendo sempre più fiducia, ma la situazione è ancora difficile. Negli ospedali, per esempio, se parlano di omeopatia hanno paura di passare per naif. Preferiscono mostrarsi scettici, li fa sembrare più professionali, credo».

D. Qual è il Paese europeo che riconosce maggiore dignità all’omeopatia?

R. «La Francia, senza dubbio. Perché abbiamo avuto persone molto forti e un confronto di alto livello tra medici, farmacisti e universitari, ma anche con il Governo, da quasi 150 anni. Il risultato è che l’omeopatia viene considerata come una possibilità all’interno della medicina stessa. Dal 1986, in Francia, i prodotti omeopatici vengono rimborsati. Con questo non voglio dire che non ci siano dibattiti nel mondo della medicina e anche al suo esterno. È un fatto che l’omeopatia, ad esempio, dia pochi profitti. Un tubo di granuli da 3 euro, sul piano economico, per un industriale, non conviene rispetto a un farmaco da 50 euro. Questi interessi e questa competizione sono normali, ma, mentre in Francia i politici restano neutrali di fronte al dibattito, in Italia i politici ci legano, ci proibiscono di fare pubblicità, non danno i rimborsi... Da voi bisogna ammettere che la competizione non è equilibrata».

D. Eppure le cifre parlano chiaro: oggi in Italia i medicinali omeopatici sono utlizzati da oltre 20mila medici e vengono utilizzati da milioni di persone…

R. «L’incremento del mercato c’è sempre stato, è costante, da 200 anni a questa parte. Arriva dal tam-tam dei pazienti e dalla qualità dei medici. In Italia c’è una qualità molto alta sul piano medico. Tutto questo fa progredire comunque l’omeopatia».

D. Quali insegnamenti trasmette agli studenti della facoltà di Medicina di Lione?

R. «Gli studenti di medicina devono studiare, non hanno il tempo di “pensare”. La parte più importante dei loro studi è molto dura, c’è chimica, anatomia, fisiologia... Nel corso di scienze umane di cui faccio parte, però, insegniamo la filosofia della scienza, storia della medicina, i problemi filosofici correlati alla morte e al venire al contatto con la sofferenza dei pazienti, tutti aspetti che mi interessano molto, anche se sono argomenti difficili per dei giovani studenti. Questo aspetto della vita di solito si impara dalla propria esperienza, dopo i 35 o i 40 anni, ma dobbiamo lavorare su questo. È molto importante».

D. Quindi non insegna omeopatia…

R. «Poco. Il direttore del mio corso mi chiede ogni tanto di parlare di omeopatia e di felicità, ho scritto un libro sull’argomento (Le ragioni della felicità), ma non voglio essere l’omeopata che insegna, non sono un medico, se parlo di omeopatia ne parlo da imprenditore. Faccio per esempio un corso sulla relazione tra la medicina e il management».

D. Che cosa ha imparato da suo papà?

R.  «Tutto e niente. Non so. Sono cresciuto nella cultura dell’omeopatia. Non è un insegnamento. Lui ha fatto cose molto importanti che io non avrei potuto fare perché non abbiamo la stessa personalità. Non sono un creativo, sono più uno che sviluppa. Io sono più filosofo, lui più un uomo d’azione. In fondo ho scoperto l’omeopatia molto tardi. All’inizio non volevo lavorare con lui perché avevamo molte divergenze. Poi ho scoperto che nell’azienda di famiglia potevo mettere in pratica le mie idee in merito alla rivoluzione sociale che volevo costruire. Il suo lavoro era tutto incentrato sull’omeopatia, il mio no. Solo più tardi ho capito che la stessa rivoluzione che volevo fare sul piano sociale andava fatta anche su quello medico e politico. La cosa che mi interessava e mi interessa di più è il cambiamento dei paradigmi a livello planetario. Ho utilizzato l’azienda come laboratorio di sperimentazione di nuovi stili di management. Per esempio il fatturato deve essere la conseguenza di un attitudine e non il contrario. E così progressivamente ho soppresso gli obiettivi quantitativi dell’azienda. Piccole cose…».

D. Quali sarebbero i paradigmi della medicina da cambiare?

R. «La medicina della qualità deve sostituire la medicina della quantità. La medicina deve avere fiducia nella capacità dei pazienti di trovare il proprio cammino della salute. La stessa cosa dovrebbe accadere a livello del management: fiducia nella capacità dei dipendenti di trovare la giusta attitudine all’interno dell’azienda»

D. Qual è la sfida più grande per il futuro dell’omeopatia?

R. «Continuare ad avere la fiducia, ma anche l’ambizione. C’è una sfida economica che è molto importante: abbiamo piccoli mezzi per problemi molto grandi, ma anche una sfida scientifica perché dobbiamo provare l’efficacia dell’omeopatia sul piano clinico. Non è facile perché non siamo rappresentati nell’ambito ospedaliero, l’unico dove sia possibile fare queste ricerche. E c’è anche una sfida medica per trovare all’interno della galassia delle diverse correnti omeopatiche una coerenza e un’armonia. Su questo dobbiamo lavorare sempre di più».

D. Ha ancora un sogno da realizzare?

R. «Sì, è sempre lo stesso: riuscire a capire il funzionamento fisico-chimico del medicinale omeopatico. Sarebbe per me una gioia intensa per due motivi: uno piccolo e uno grande. Quello piccolo è che in questo modo troveremmo una credibilità che non abbiamo ancora. Quello grande è che a partire dal momento in cui capiremo come funziona il medicinale omeopatico potremo essere sempre più efficaci, potremo capire perché certi preparati funzionano in un caso e non nell’altro, quale livello di diluizione bisogna prescrivere e con quale frequenza. Oggi possiamo soltanto  confrontarci tra di noi per immaginare la soluzione ideale. Passare dall’empirismo alla medicina scientifica sarebbe una bella cosa ma non so se la vedrò. Ogni 5 anni dico: probabilmente tra 5 anni capiremo come funziona. Ma fino a oggi non l’abbiamo ancora capito. Ho avuto anche recentemente un confronto duro con il mio direttore scientifico che diceva: “Non accetto il fatto che tu dica che non sappiamo come funzioni l’omeopatia: noi lo sappiamo benissimo”. È un dibattito interno. Io penso che progrediamo ogni giorno, ma non siamo ancora sicuri del funzionamento fisico-chimico dei medicinali omeopatici perché sono molto diluiti».

D. Le cose più importanti della vita sono un mistero…

R. «Per questo dico a tutti gli amici e i colleghi che dobbiamo accettare il fatto di non sapere ancora perché l’omeopatia funzioni. Alla fine, accettare questa realtà ci rende più modesti e umani nel nostro lavoro».



Commenti utenti (2)
Postato da marco, 16-10-2008 20:04, , Visitatore
1. meno parole
Nella MTC si insegna a curare e se un medico non risolve i problemi del paziente torna a scuola. In occidente si parla, sempre, comunque, di tutto e di niente. A color che parlano dico: provate. Andate in farmacia omoepatica, prendete una dose di qualche rimedio adatto al vostro disturbo (consigliati da un medico capace) e provate. Poi fate le chiacchiere, altrimenti le opinioni che sono? Fede? Starno, pensavo si parlasse di scienza. Ciao. ;) ;)
 
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Postato da Flaminio Cattabeni, 01-07-2008 09:30, , Visitatore
2. Onesta' intellettuale
Sono appena rientrato da una visita alla Boiron di Lione. Devo dire che sono stato molto colpito dalla onesta' intellettuale di Christian Boiron, con cui ho avuto una lunga discussione. Ero, e forse ancora sono, molto scettico sulla omeopatia, ma devo dire che ora accetto di piu' l'idea che per molte persone sia una terapia alternativa e che come tale vada rispettata. 
Putroppo da noi, e Boiron me lo diceva, i medici omeopati sono troppo integralisti e questoe' dannoso. Ci vuole piu' umilta' da entrambe le parti.
 
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