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Il caffè? Tutta salute PDF Stampa E-mail
di Ezio Sinigaglia   

Delle innumerevoli virtù del caffè, note e celebrate da secoli, limitiamoci qui a considerarne due sole: il piacere di berlo e la sua straordinaria capacità di aggregazione sociale. Quest'ultima virtù ha lasciato una testimonianza luminosa nel linguaggio quotidiano: in tutto il mondo, i locali dove ci si riunisce a conversare, a festeggiare, ad amoreggiare con gli occhi si chiamano “caffè”. Un onore mai toccato a nessun'altra bevanda.

Questa vocazione a conciliare sensualità del sapore e dell'aroma con socialità del consumo avvicina il destino del caffè a quello del vino, da sempre cantato dai poeti e deprecato dai moralisti. Tanto più che la caffeina, con la sua proprietà di dare una certa assuefazione, assimila anche il caffè, come quasi tutte le cose desiderabili, al mondo scandaloso delle droghe.

Ma, insomma, il caffè fa bene o fa male? È ambrosia o veleno? Dono degli dei o tentazione diabolica?

Come spesso accade in materia di piaceri, il problema sta nella misura. Se le sessanta tazze di caffè al giorno che qualcuno attribuisce a Honoré de Balzac possono aver contribuito alla sua morte prematura, le due o tre tazzine sono innocue quasi per tutti e possono addirittura aiutare qualcuno ad allungarsi la vita.

Convergono su questa conclusione due interessanti ricerche, entrambe pubblicate di recente e del tutto indipendenti l'una dall'altra.

Il primo studio, condotto su una popolazione di oltre 30.000 donne svedesi di età compresa tra i 40 e i 74 anni e descritto in un articolo appena uscito sull'American Journal of Epidemiology (SA Rosner et al, AmJEpidemiol 2007, 1 Feb, 165:288-293), si limita ad affermare che non esiste alcuna correlazione positiva tra consumo di caffè e incremento del rischio di attacco cardiaco. Per la verità è stata riscontrata una correlazione negativa (più caffè bevuto, minor rischio di infarto) ma non così significativa da permettere ai ricercatori di sbilanciarsi.

Si sbilanciano di più i ricercatori del Brooklyn College dell'Università di New York, che hanno condotto negli Stati Uniti una ricerca su una popolazione di circa 6.500 anziani (dai 65 anni in su), pubblicata dall'American Journal of Clinical Nutrition (JA Greenberg et al, AmJClinNutr 2007 Feb, 85(3):392-398). Questa volta è stata messa in evidenza una correlazione negativa diretta: maggiore il consumo di caffè, minore il rischio di infarto.

Il dato è molto significativo per gli anziani che non soffrono di ipertensione: in questo sottogruppo, chi beve almeno quattro tazze di caffè al giorno ha mostrato una riduzione del rischio di infarto di ben il 53%, che scende al 32% per chi si limita a due-quattro tazze al giorno.

Secondo i ricercatori, il caffè bevuto a fine pasto evita la caduta di pressione che accompagna l'inizio della digestione: un fenomeno che tende ad aggravarsi col passare degli anni.

Rinunciare al caffè sembra dunque un sacrificio inutile e, in tarda età, perfino controproducente. E' una buona notizia: non tutti i piaceri fanno male alla salute.

 
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