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Fra i tanti disordini del comportamento definibili come ossessivo-compulsivi la cleptomania è, a conti fatti, uno dei meno devastanti. Il cleptomane, obbedendo a un impulso irrefrenabile ed episodico (ma con tendenza a ripetersi), ruba dagli scaffali o dagli espositori dei negozi piccoli oggetti di scarso valore e di nessuna utilità.
E' vero che reca un danno a una persona terza: il commerciante. Spesso, tuttavia, a questo danno è lo stesso cleptomane a porre rimedio perché, roso dal senso di colpa, ritorna nel negozio e, nascostamente come l'ha sottratta, restituisce la sua inutile refurtiva riponendola là dove si trovava.
Più grave è il danno che reca a se stesso, esponendosi al rischio di essere scoperto e di subire umiliazioni pubbliche, arresti, reprimende ed eventuali condanne. E' del resto evidente che è proprio questa la “finalità” del suo gesto: essere scoperto e punito. Tanto che, tipicamente, il cleptomane non rientra affatto nella categoria del “ladro con destrezza”, ma semmai in quella - non prevista dal codice - del “ladro con goffaggine”, cioè del ladro che ruba senza le necessarie precauzioni, commettendo sempre almeno un errore che ha la potenzialità di smascherarlo.
Nessuna persona di buon senso definirebbe un disagio dalle motivazioni così oscure, così profondamente radicate nell'inconscio, come un disturbo dell'umore.
Le case farmaceutiche cercano di definirlo così e di curarlo con gli antidepressivi da loro prodotti, a somiglianza di altri - e spesso ben più gravi - disordini psicologici che spingono a comportamenti compulsivi, come ad esempio il gioco d'azzardo o la tendenza, perfettamente speculare alla cleptomania ma molto meno odiosa ai commercianti, ad acquistare quantità assurde di oggetti inutili e costosi.
Fa dunque piacere che uno studio condotto negli Stati Uniti su un gruppo di pazienti con diagnosi di cleptomania e pubblicato nel numero di marzo del Journal of Clinical Psychiatry (LM Koran et al, J Clin Psychiatry 2007 Mar, 68(3):422-427) abbia dimostrato l'inefficacia del Lexapro e del suo principio attivo, l'escitalopram, nella terapia di questo disturbo.
Gli effetti apparentemente positivi riscontrati nella prima fase del trattamento erano pressoché identici nel sottogruppo di pazienti cui era stato somministrato l'escitalopram e in quello trattato con un placebo. Esattamente com'era da attendersi per un disturbo di natura psicologica.
Per questo tipo di disturbi, definiti “disordini ossessivo-compulsivi” e designati con la sigla OCD, si dimostra molto più efficace la psicoterapia, come rivela uno studio altrettanto recente i cui risultati sono apparsi sull'ultimo numero della rivista The Cochrane Library (I Gava et al, Cochrane Library 2007, 2).
Perfino nella sua forma meno impegnativa (non la psicoanalisi del profondo, ma la semplice terapia comportamentale o cognitiva) la psicologia riesce dove la farmacologia psichiatrica fallisce. E senza alcun effetto collaterale indesiderato.
Forse il cleptomane aveva bisogno soltanto di questo: di rubare una parola a qualcuno.
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