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“Tu ti curi con la medicina omeopatica?”
“Sì, diciamo: naturale. Anche omeopatica.” “E allora, se ti svegli con un'emicrania da crepare, cosa fai?” “Vorresti che crepassi, gridando fino all'ultimo respiro ‘Viva Hahnemann!’?” “No, dico, appunto, cosa fai?” “Prendo un analgesico.” “Davvero?!” Alzi la mano chi, fra gli adepti vecchi e nuovi della medicina che viene chiamata alternativa, non si è mai visto ridurre da un amico a un dialogo penoso come questo. La convinzione che la medicina naturale, e l'omeopatia in modo specialissimo, siano religioni le cui divinità pretendono sacrifici dai loro fedeli è assai diffusa. È lecito il sospetto che a divulgarla contribuiscano soprattutto i pregiudizi, più o meno interessati, della medicina mainstream e dei mezzi di comunicazione che la servono obbedienti. Ridicolizzare l'avversario facendolo passare per fanatico è sempre un'ottima strategia propagandistica. A volte tuttavia la facile ironia degli avversari dell'omeopatia trova una comoda sponda nel dogmatismo di qualche omeopata (è bene cogliere l'occasione per precisare che “omeòpata” è un sostantivo che sta per “medico omeopatico”, e non un aggettivo: l'aggettivo è appunto “omeopatico”). Il problema è portato alla nostra attenzione dal caso cui fa riferimento una lettera indirizzata da Simonetta Bernardini, Presidente della SIOMI (la Società Italiana di Omeopatia), all'APO, l'Associazione dei Pazienti Omeopatici. Il caso è appunto quello di un medico che avrebbe sconsigliato a una paziente, sofferente di una grave forma cronica di emicrania, il ricorso a farmaci analgesici che “inficerebbero” i risultati della medicina omeopatica. Non si può che concordare con le posizioni espresse dalla dottoressa Bernardini nella lettera prima citata: il medico, qualunque sia la pratica che privilegia, resta innanzitutto un medico, che deve utilizzare tutte le sue conoscenze e tutti gli strumenti messi a disposizione dalla scienza a beneficio del suo paziente. Questa è, in primo luogo, una questione di deontologia professionale. In secondo luogo (ma è l'aspetto che qui più ci interessa, dato che ci rivolgiamo ai lettori, e quindi ai pazienti, effettivi o potenziali, ben più che ai medici) è una questione di intelligenza e di quella che, in talune discipline, si chiama “riduzione del danno”. Che cos'è più dannoso: l'effetto tossico dell'analgesico o quello invalidante e talora sconvolgente del dolore? Il medico dovrà e potrà valutarlo caso per caso, sulla base del quadro clinico complessivo del suo paziente, della sua tolleranza al dolore e al farmaco, del tipo di farmaco e della frequenza con cui viene assunto, e così via. Certo non è consigliabile imbottire il paziente di analgesici senza cercare di indagare la causa del sintomo “emicrania” né di studiare ed elaborare terapie meno dannose. Ma altrettanto criticabile sarebbe vietare il ricorso all'analgesico e condannare il paziente alla sofferenza. In nome di Hahnemann che, essendo morto da gran tempo, non può neppure protestare. La medicina omeopatica considera, non senza ragione, i sintomi più esteriori (le eruzioni cutanee, la febbre, l'emicrania) come nient'altro che manifestazioni superficiali di uno stato patologico più profondo, che va indagato e risolto alla radice. In questo percorso l'intervento di un farmaco specifico, che risolva il sintomo facendolo scomparire, è visto come un elemento di disturbo, che maschera l'efficacia del rimedio omeopatico prescritto, rendendo impossibile verificare la correttezza della diagnosi. E' una posizione, entro certi limiti, accettabile, ma che diventa molto discutibile quando assunta con eccessiva rigidità, e del tutto indifendibile quando assurga a dogma. E' potenzialmente più dannosa una dose da cavallo di tachipirina o una febbre a 41°? In questo caso sembra fin troppo facile rispondere. Se il sintomo superficiale provoca la morte del paziente, a diventare d'importanza superficiale sarà la correttezza della diagnosi. Ovvero: meglio cancellare un sintomo che impiccarsi a un dogma.
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