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A chi fa bene confondere i termini? PDF Stampa E-mail
Redazione Eurosalus   
 
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Ormai il concetto di intolleranza alimentare è entrato nel vocabolario comune come un problema che ha a che fare con il sistema immunitario. Eppure capita che anche pubblicazioni di buon livello incappino in sviste che rischiano di creare confusione nel pubblico. A vantaggio di chi?

Non è difficile ipotizzare qualche interesse economico quando si parla di latte, come nell’articolo - formalmente ineccepibile ma fuorviante nella sostanza - “Quando il latte non ti va giù”, apparso su Corriere Salute del 1 dicembre 2002.

Stiamo parlando di come può incidere sulla comunicazione scientifico-divulgativa la presenza di un’industria, quella lattocasearia, che investe miliardi per convincerci quotidianamente che il latte microfiltrato è meglio di quello fresco, che la mucca tal dei tali produce un latte da degustazione, che le merendine al latte (ammesso che si possa chiamare così un ripieno a base di grassi idrogenati) sono più nutrienti di quelle al cioccolato.

E quando i termini tecnici vengono usati in modo da confondere le acque, qualche sospetto appare tutto sommato lecito.

Per i nostri lettori e per chiunque segua una dieta di rotazione per un’intolleranza alimentare, ci sembra opportuno chiarire le perplessità che possono sorgere da articoli come quello in questione, dove l’intolleranza al latte viene definita come «la carenza di un enzima intestinale, la lattasi, che scinde il lattosio negli zuccheri semplici che lo compongono, per renderlo assimilabile». In base a questa definizione, per gli intolleranti vengono suggerite sostituzioni quali latte speciale ad alta digeribilità, yogurt e formaggi.

Per sgombrare il campo dalla confusione, va innanzi tutto evidenziata la differenza tra ‘intolleranza biochimica al latte’, che dà sintomi quali diarrea, dolori addominali, senso di gonfiore, flatulenza dopo qualche ora dall’ingestione dell'alimento, e ‘intolleranza immunologia’, i cui sintomi possono riflettersi ad ampio raggio su qualunque distretto corporeo o sulla salute in generale dell’individuo.

Soprattutto, in misura statisticamente rilevante, le intolleranze alimentari (al latte come ad altre sostanze) appaiono come concausa di numerose patologie infiammatorie croniche. 

Il latte dappertutto 

In presenza di una intolleranza alimentare, come viene comunemente intesa, il latte non può essere certamente sostituito con gli alimenti indicati: l’ipersensibilità immunologia sembra infatti riguardare non tanto o solo il lattosio, quanto piuttosto le proteine e i grassi bovini.

Al punto che per un certo tempo, dalla dieta di rotazione potrebbe essere esclusa perfino la carne bovina.

Nella dieta per l’intolleranza al latte, poi, vanno eliminati/ruotati anche i derivati presenti in numerosissime preparazioni dell’industria alimentare, come quelle che riportano in etichetta la presenza di siero di latte, lattoalbumina, lattoglobulina, caseina, lattosio o proteine del latte

Le alternative al latte 

Un’altra precisazione opportuna riguarda l’uso, come sostituto, del latte di altre specie animali. Questa alternativa non dà buoni risultati in quanto nel latte di qualsiasi animale c’è una parte terminale della molecola della lattoalbumina che sembra in grado di determinare una reazione crociata nel giro di pochissimo tempo.

A fronte di un problema di intolleranza, quindi, appare preferibile la reintroduzione controllata del latte vaccino piuttosto che la sua sostituzione con prodotti di difficile reperibilità che possono dare un vantaggio solo transitorio.

Quanto ai latti vegetali, vale la pena di fare attenzione al latte di soia in quanto le percentuali di individui intolleranti al latte vaccino e di quelle intolleranti alla soia - sulla popolazione complessiva - sono quasi le stesse (intorno al 30%). 

E il calcio? 

Chi segue una dieta per un’intolleranza alimentare non deve necessariamente astenersi dai latticini tanto a lungo da temere una decalcificazione, tuttavia è utile ricordare che in alcuni casi l’organismo può essere aiutato (per esempio con la somministrazione di mix di minerali a base di zinco, rame, cromo, manganese, potassio, selenio oppure di fosforo, calcio e magnesio, meglio ancora che di solo calcio) a utilizzare meglio il calcio a disposizione.

Per ulteriori indicazioni sulle integrazioni e sull’alimentazione ideale per la carenza di calcio, visita la pagina osteoporosi

Redazione Eurosalus



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