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Sigarette e ricerca sul cancro: quando il lupo si traveste da agnello PDF Stampa E-mail
di Ivano Gregorini   
 
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Poniamo il caso che chi vi vende le sigarette sia anche il finanziatore di un centro ricerche attivato con lo scopo di stabilire come si possa prevenire il cancro al polmone. Poniamo anche il caso che i risultati emersi consiglino uno screening mediante TAC per prevenire la malattia, evitando così circa l'80% delle morti. E' una presa in giro? No. E' quello che succede fra la Liggett Group, multinazionale del tabacco negli Stati Uniti, venditrice di marche come Eve, Grand Prix, Quest e Pyramid e la compagnia di ricerche "Foundation for Lung Cancer: Early Detection, Prevention and Treatment" da essa finanziata per un totale di 3,6 milioni di dollari proprio per indurre una rivista specialistica ad occuparsi della questione "tumore al polmone".

Il New York Times ha denunciato questo possibile strano legame fin dai primi mesi del 2008, e solo allora Jeffrey Drazen, direttore del New England Journal of Medicine, che ha pubblicato il lavoro in questione, si è detto allibito della scoperta e ha dichiarato che non avrebbe mai avallato una simile ricerca da parte della sua equipe se fosse stato al corrente della fonte del finanziamento.

La vicenda suscita più di un dubbio. Paventa sicuramente qualche anomalia procedurale. Un magnate del tabacco che commissiona uno studio sulla prevenzione (dei danni da fumo) a una rivista specializzata mediante una associazione per la lotta al tumore ai polmoni da esso finanziata, è quantomeno una violazione ideale delle regole antitrust. Una situazione di "controllore pagato dal controllato". Certo, in questo caso non si parla di vero controllo bensì di ricerca, ma la fattispecie astratta della violazione comunque ben si addice a questo caso. Pare una presa in giro. E' come il pentimento dopo un'azione scellerata. Il tentativo di mondare i sensi di colpa spendendosi per recuperare i disastri creati da se medesimi. E' la situazione di chi costruisce il suo impero economico sfruttando il lavoro e poi fa beneficenza. Usando un pensiero "da buoni" la vicenda, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere intesa in questo modo.

Usando un po' di malizia invece, da un atteggiamento simile, si potrebbe agevolmente inferire un tentativo di controllo dell'informazione riguardante una patologia grave con lo scopo di non perdere quote di mercato. Per la serie: "... meglio che lo studio lo faccia uno dei nostri, pagato da noi, che un estraneo .. che chissà cosa scopre". Chi lo sa mai che dalle indagini non escano verità scomode per le vendite. Meglio provvedere. Già ci sono stati precedenti di condanne milionarie, negli States, alle multinazionali del tabacco tipo Lucky Strike per rifondere i danni alle famiglie i cui cari erano stati stroncati da tumori provocati dal fumo. Quindi è decisamente meglio investire prima.

Stando così le cose, meglio porre un controllo preventivo sulla verità. Come? Controllando l'informazione. Ma non basta. Controllando, a monte, una fetta delle ricerche che stabiliscono come prevenire la patologia del tumore al polmone. Non per altro. Per avere un buon margine di sicurezza su "quel che verrà scoperto e comunicato". Si sa, è chi tiene la borsa del denaro che comanda.

A Napoli questa pratica è saggiamente denominata del "chiagni e fotti ". Definizione applicabile anche al nostro caso, fatte ovviamente le debite proporzioni. 

Con tutto ciò sarebbe stato più facile dire che è meglio smettere di fumare. Già, perché al di sopra di tutte le scoperte, la cosa migliore che potrebbe scaturire dalla ricerca è una vera campagna antifumo che negli States stenta a decollare. Sarebbe stato facile, ma decisamente antieconomico, poco conveniente e rischioso per il profitto, che forse è davvero la prima grande priorità anche nel campo della salute. 


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