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diete intolleranze alimentari
Test di proliferazione linfocitaria (Kondo) PDF Stampa E-mail
di Attilio Speciani   

Il gruppo di ricercatori e scienziati giapponesi guidato da Kondo, ha evidenziato in modo molto rigoroso la palese inutilità di esami come il Prick e il RAST nella valutazione delle dermatiti allergiche (eczemi, crosta lattea, dermatiti atopiche, ecc.).

Attraverso un'analisi del sangue, studiando le risposte delle cellule periferiche mononucleate (linfociti) alle sostanze alimentari, ha reso possibile evidenziare le “allergie” delle persone malate pur in assenza delle Immunoglobuline E.

Lo studio dei linfociti, proposto da Kondo, consente di verificare l'insieme di molte delle risposte immunologiche del 'proprietario' dei linfociti alle sostanze testate e saggia quindi una globalità di risposta individuale invece che una sua piccola parte.

È scandaloso che lavori come quello di Kondo, che dimostrano in modo inoppugnabile l'esistenza di fenomeni non IgE alla base di sintomatologie fino ad ora credute solo IgE mediate, e riferibili ad una vastissima popolazione, non siano praticamente tenuti in alcun conto dall'evoluzione concettuale della scienza e dell'allergologia.

Un altro esame chiamato ALCAT, proposto in modo molto più empirico qualche anno prima, cercava di valutare le intolleranze alimentari studiando come i globuli bianchi si rigonfiassero a contatto con le sostanze alimentari.

I due esami hanno sicuramente dei vantaggi rispetto ad altri che abbiamo esaminato qui, ma si scontrano con una certa difficoltà tecnica di esecuzione: è infatti possibile controllare le reazioni dei linfociti solo alle sostanze molto ben solubili in acqua (zucchero, sale, alcol, tè, fruttosio, caffè, alcuni tipi di latte e altre sostanze), mentre per quasi tutti i cibi solidi l'effettuazione dell'esame è molto discutibile.

In realtà l'esame viene eseguito lo stesso, ma i risultati sulle sostanze solide (che rappresentano gran parte della dieta abituale) non sono altrettanto attendibili e in effetti presentano sovente falsi positivi; l'esame cioè segnala l'intolleranza a una sostanza (farina, formaggio, arachide, ecc.) mentre sono solo i linfociti che reagiscono a una preparazione irritante, e la persona può non manifestare alcun sintomo di allergia o intolleranza nutrendosi con la sostanza incriminata.

Qualunque test riesca a far sì che l'organismo, secondo una logica scientifica, sia in un certo senso “laboratorio di se stesso”, e fornisca quindi risposte attendibili e soprattutto ripetibili in condizioni standard, ha le caratteristiche per avere validità diagnostica riconosciuta, e soprattutto efficacia nello studio e nella terapia delle forme di ipersensibilità alimentare.

 
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