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Uso clinico integrato dei diversi test diagnostici PDF Stampa E-mail
di Attilio Speciani   
Abbiamo esaminato altrove i vantaggi e gli svantaggi dei diversi tipi di test non convenzionali utilizzati per la diagnosi delle intolleranze e le principali differenze tra i test più diffusi e il test DRIA, che per me, per averlo studiato e applicato fin dalla sua nascita, rimane il punto di riferimento più sicuro e attendibile sia sul piano scientifico sia su quello della pratica clinica, per lo meno finché la diagnostica delle ipersensibilità alimentari non raggiungerà una definizione univoca.

Abbiamo esaminato altrove i vantaggi e gli svantaggi dei diversi tipi di test non convenzionali utilizzati per la diagnosi delle intolleranze e le principali differenze tra i test più diffusi e il test DRIA, che per me, per averlo studiato e applicato fin dalla sua nascita, rimane il punto di riferimento più sicuro e attendibile sia sul piano scientifico sia su quello della pratica clinica, per lo meno finché la diagnostica delle ipersensibilità alimentari non raggiungerà una definizione univoca.

Dato il numero elevato di lettere che riceviamo su Eurosalus che chiedono chiarimenti sulle diverse metodiche diagnostiche utilizzate, e soprattutto sulle terapie dietetiche che su di esse si basano, considero opportuno aggiungere qui qualche precisazione in più.

Qualunque sia il test che viene utilizzato per la diagnosi, a maggior ragione quando si tratta di test non convenzionali, deve sempre essere interpretato da un medico esperto, che si assuma la responsabilità della diagnosi all’interno di un quadro di valutazione completo dell’individuo e soprattutto del progetto terapeutico destinato a portare il paziente alla guarigione.

Purtroppo, questo non avviene con la dovuta regolarità e spesso porta il pubblico a seguire diete che risultano punitive nel migliore dei casi e decisamente pericolose nel peggiore. Ma soprattutto diete che non favoriscono il recupero della tolleranza immunologica nei confronti degli alimenti verso cui è presente la reattività, a meno che non vengano seguite e monitorate nel loro svolgersi da un medico che abbia ben presente questo obiettivo e che sia in grado di guidare il paziente in una sorta di ‘svezzamento’.

Mi preme a questo punto precisare che, indipendentemente dal test utilizzato, gli obiettivi di una terapia dietetica corretta sono:

  1. favorire il recupero della tolleranza nei confronti dei cibi non tollerati;
  2. evitare pericolose diete di eliminazione, utili solo in caso di allergia classica, quella cioè mediata da IgE ad alto titolo;
  3. consentire il rispetto della socialità e del piacere legati all’alimentazione mediante l’attuazione di una dieta di rotazione che preveda alcune giornate di alimentazione libera.

Nella situazione sociale e ambientale attuale appare infatti indispensabile favorire la varietà dell’alimentazione, anche perché la ripetizione sistematica dell’assunzione di alcuni alimenti (anche nel caso che vadano a sostituire quelli non tollerati) dà facilmente luogo all’insorgere di nuove ipersensibilità. (All’apprendimento delle modalità di utilizzo delle tecniche di diagnosi e terapia applicate in tutti i centri DRIA italiani è dedicata una specifica formazione, alla quale possono accedere medici, nutrizionisti, dietologi e biologi nutrizionisti.)

Dato che nel corso di tutto il processo di svezzamento nei confronti degli alimenti non tollerati la riduzione della reattività va valutata in più occasioni (per stabilire se e di quanto il contatto con quei cibi può essere esteso), e sistematicamente confrontata con i dati clinici, ritengo utile segnalare che, indipendentemente dal test effettuato in prima battuta (per esempio il Test citotossico), i controlli successivi possono essere effettuati anche con il test DRIA. In genere in questi casi i risultati possono apparire diversi in un primo tempo, anche perché spesso le persone arrivano a ripetere il test dopo un periodo molto selettivo di dieta priva di alcuni alimenti, e questi non risultano positivi al test.

In quel caso io ritengo comunque il cibo che è stato eliminato come un possibile cibo non tollerato, e ne guido comunque la reintroduzione in modo graduale e progressivo. Sovente però accade che a persone, ad esempio con intolleranza al frumento, sia stato suggerito di mangiare farro e kamut, che contengono comunque antigeni del frumento, e quindi il frumento rimane positivo anche al test DRIA, pur se effettuato con la persona “a dieta” (teorica), sulla farina di frumento.

L’integrazione dei differenti test può essere molteplice. Si può partire dai risultati di un SLT test, e tenendo da conto solo la possibile reattività allergologica grave, impostare una dieta di rotazione e di reintroduzione fin da subito. Il problema delle allergie gravi possibili deve sempre essere tenuto in considerazione.

Significa che analizzando l’anamnesi alimentare del soggetto, deve essere saggiata la possibilità che un cibo, talvolta sospeso da molti mesi o anni, sia davvero stato sospeso o no. Una persona che ha avuto una allergia all’uovo e che non ha mai introdotto l’uovo nella sua alimentazione, controllando qualsiasi dolce, qualsiasi frittata, qualsiasi gelato nel corso della sua esistenza, e che per certo non ha mai ‘assaggiato’ a casa della nonna le tagliatelle all’uovo o la maionese, non deve ricevere indicazioni di reintroduzione se non in ambiente controllato o con modalità specifiche indicate dall’allergologo.

Se invece viene riferita una allergia all’uovo da persone che mangiano abitualmente brioche e biscotti, siamo di fronte a una intolleranza o a un sovraccarico, e la reintroduzione è immediatamente possibile.

La valenza clinica ed immediata del test DRIA, lo rende molto versatile per una definizione di casi complessi, che possono però essere impostati anche sulla base di test differenti.

L’ulteriore motivo che mi porta a prediligere il DRIA nella gestione delle intolleranze è la possibilità di individuare una concentrazione specifica di allergene respiratorio o di alimento che possa indurre tolleranza a bassa dose, e che quindi sia utilizzabile terapeuticamente per velocizzare i tempi di recupero della tolleranza, o per consentire la reintroduzione degli alimenti dove questa è difficile, o dove l’eliminazione è quasi impossibile.

Dottor Attilio Speciani, allergologo e immunologo clinico
Redazione Eurosalus

 
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