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Diagnosi di allergia e diagnosi di intolleranza PDF Stampa E-mail
di Attilio Speciani   
 
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In presenza di patologie non chiare che potrebbero essere sostenute da un’ipersensibilità, prima di sottoporsi a un esame diagnostico vale la pena di chiarirsi un po’ le idee in merito.

Il problema delle reazioni avverse a cibo può essere dovuto ad allergie mediate da Immunoglobuline E (le classiche allergie alimentari come finora conosciute) o a intolleranze alimentari (cioè ad allergie ritardate, dipendenti dallo stimolo ripetuto degli alimenti sulle cellule intestinali) o ad altri fenomeni.

I test allergologici classici

I test per le allergie alimentari finora in uso sono indispensabili per chiarire e confermare le eventuali allergie gravi IgE mediate (le uniche in cui può essere assolutamente necessaria una dieta di eliminazione), ma non sono in grado di evidenziare le reazioni cellulari non dipendenti da IgE, come le intolleranze alimentari. Sono però talvolta utili per integrare la conoscenza dei problemi di reattività alimentare.

Tra i test allergologici classici segnaliamo:

  • Prick Test: non tiene conto delle reazioni tardive che possono indicare una posizione intermedia tra allergia e intolleranza.
  • Prick by Prick: utilizza alimenti freschi invece che soluzioni.
  • RAST: aiuta a confermare un sospetto diagnostico, soprattutto in caso di allergia respiratoria e in minor misura di tipo alimentare.
  • Prist: caratterizza, soprattutto nei bambini, una tendenza allergica generale, senza segnalare verso quali sostanze.
  • Patch test: soprattutto per la diagnosi delle patologie dermatologiche da contatto.
  • Tests di provocazione ovvero: 
    1. diete di eliminazione e scatenamento (utili nella diagnosi sia delle allergie sia delle intolleranze);
    2. DBPCFC, Double Blind Placebo Controlled Food Challenge, ovvero Test di carico in doppio cieco (utilizzato nella diagnosi delle allergie, ma applicabile con alcune modifiche anche alle intolleranze).

La diagnosi delle intolleranze: i test non convenzionali

Una malattia che non guarisce nonostante le cure e la presenza di infiammazione minima persistente o di un quadro patologico complesso, suggerisce sempre di perfezionare una diagnosi di ipersensibilità agli alimenti e di impostare una cura che miri al recupero della tolleranza immunologica perduta, sia attraverso una dieta di riavvicinamento alla normalità, sia attraverso l’uso di preparazioni a bassa dose che inducano tolleranza immunologica (terapia iposensibilizzante a bassa dose).

La certezza di un’intolleranza (e l’individuazione del cibo che fa male) si può avere dunque solo eseguendo un test specifico. Ma trattandosi ancora di test non convenzionali, i loro risultati vanno sempre interpretati da un medico esperto che, in base al quadro clinico generale possa stabilire anche il progetto terapeutico per il recupero della tolleranza.

Gli unici test classici utilizzabili per l’identificazione delle ipersensibilità sono le ‘prove di scatenamento’. Tutti gli altri sono test non convenzionali, quindi attualmente non offerti dal Servizio Sanitario Nazionale.

Parlare di test non convenzionali significa fare riferimento a tecniche di diagnosi che nell’ambito scientifico non sono ancora accettate da tutti in modo univoco.

Si badi bene però, ‘non convenzionale’ non equivale a ‘non scientifico’: tra questi test infatti il test di Kondo e il test DRIA dispongono di notevoli lavori scientifici a sostegno, ma non sono ancora completamente accettati dalla comunità medica.

Tutti, comunque, presentano il vantaggio di assistere medici e pazienti in un'area della pratica allergologica in un periodo di transizione come quello attuale.

Indipendentemente dall’attendibilità dei risultati di ciascun test, noi crediamo che il punto determinante non sia tanto il test eseguito quanto la capacità del medico o dell’allergologo di interpretarne correttamente i risultati e di applicarli alla realtà clinica del paziente, per guidarlo verso la guarigione. In questo contesto, vale la pena di segnalare che la dieta per il recupero della tolleranza adottata nei centri DRIA è applicabile alle intolleranze verso gli alimenti segnalati, qualunque sia il test con il quale sono state diagnosticate.

Vanno inclusi tra i test non convenzionali più popolari per la diagnosi delle intolleranze alimentari i seguenti esami:

  • test DRIA: evidenzia la reattività agli alimenti attraverso un riflesso muscolare documentato, che viene valutato in modo oggettivo e ripetibile, esprimendo la risposta all’alimento dell’intero organismo, e non solo di una sua parte. Può contare su un discreto numero di studi clinici osservazionali presentati a congressi internazionali e oggi è disponibile anche in versione ridotta per alcune patologie comuni (MINI DRIA).
  • Test di valutazione delle IgG e delle IgG4 (Natrix, York ecc.): si effettuano attraverso un prelievo di sangue, e partono dal presupposto che la reattività alimentare sia dovuta a questo tipo di anticorpo; le IgG4 però si alzano anche in caso di tolleranza immunologica e spesso è difficile interpretare correttamente il test.
  • Test muscolare kinesiologico: viene effettuato mettendo in bocca alla persona da testare il cibo sospettato, oppure facendoglielo tenere in mano, o ancora facendoglielo ‘pensare’, poi testando manualmente l’eventuale caduta di forza muscolare.
  • Test citotossico: si effettua prelevando il sangue del paziente e mettendolo a confronto con una serie di sostanze alimentari: un osservatore, al microscopio, stabilisce il livello di rigonfiamento dei granulociti (un tipo di globuli bianchi) e di altre cellule del sangue, e sancisce quattro livelli di ‘allergia’.
  • ALCAT test: come il citotossico si effettua con un prelievo sanguigno; rappresenta una importante evoluzione del cytotest perchè impiega solo globuli bianchi, li confronta con antigeni alimentari la cui preparazione avviene con una tecnica approvata dalla FDA americana, e soprattutto la diagnosi avviene in modo computerizzato, escludendo così la partecipazione soggettiva alla valutazione.
  • Test elettrodiagnostici (Vegatest, SARM test, elettroagopuntura secondo Voll, Mora test, Terapia Bikom e altri): si tratta di test tecnicamente molto simili anche se ‘filosoficamente’ molto diversi, nei quali un apparecchio elettrodiagnostico (in pratica un misuratore di impedenza) misura sui punti di agopuntura del corpo umano le variazioni di potenziale elettrico del punto stesso; il circuito elettrico contiene una fialetta che contiene a sua volta una soluzione liquida del cibo o del farmaco da testare, e le variazioni elettriche del circuito dovrebbero indicare la presenza o meno di una allergia o di una intolleranza.
  • Altri test, meno comuni, ma che vale la pena di citare sono: SAFT (Skin Application Food Test); Test di proliferazione linfocitaria periferica (Kondo); Test del digiuno e del sovraccarico; Test di provocazione intradermica o sublinguale; Test di Coca; Riflesso del polso di Nogier; Indicazioni dall’esame del capello; Chinesiologia applicata; Analisi chimiche o biochimiche.

Ci preme precisare che, indipendentemente dal test utilizzato, gli obiettivi di una terapia dietetica corretta sono:

  1. favorire il recupero della tolleranza nei confronti dei cibi non tollerati;
  2. evitare pericolose diete di eliminazione, utili solo in caso di allergia classica, quella cioè mediata da IgE ad alto titolo;
  3. consentire il rispetto della socialità e del piacere legati all’alimentazione mediante l’attuazione di una dieta di rotazione che preveda alcune giornate di alimentazione libera.

Le difficoltà di diagnosi con i test allergologici classici

In pratica, con gli strumenti allergologici classici, di fronte ad una ipersensibilità alimentare non IgE mediata, oggi definita allergia ritardata, (anche se i sintomi sono identici a quelli di una allergia), può spesso capitare di sentirsi dire che i test allergologici sono “tutti negativi”.

Questo non significa che una persona non sia allergica, ma solo che non si sono evidenziate IgE specifiche. in un caso simile va quindi approfondito immediatamente lo studio di possibili altre cause di ipersensibilità alimentare, ricordando che essere “negativi” al RAST non esclude l’ipersensibilità agli stessi alimenti testati, perché è sempre possibile che esistano anticorpi di altro tipo, o cellule sensibilizzate, in grado di determinare una reazione all'alimento o che la reazione sia dovuta alla attivazione delle cellule Th.

Nella sezione per gli operatori del nostro sito è riportato un commento più dettagliato sui singoli test per la diagnosi delle intolleranze alimentari (clicca qui).

Per una nota operativa sull'uso integrato dei diversi test diagnostici, clicca qui.

Dottor Attilio Speciani, allergologo e immunologo clinico
Redazione Eurosalus


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