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Le cefalee a componente muscolo-tensiva o ibrida sono quelle più facilmente associate a stati di stress acuto o protratto di varia origine. La persona che ne soffre vive un handicap sintomatico-funzionale ricorrente, spesso anche di grave entità.
Dopo aver accertato con il medico la situazione specifica e complessiva, la strategia di contenimento e cura di questo sintomo offre varie opzioni, di tipo sia medico sia paramedico.
Partendo da un caso clinico reale, voglio descrivere qui come si svolge una seduta tipo per una cefalea a componente prevalentemente muscolo-tensiva, da me effettuata presso la SMA di Milano.
La paziente soffre di sintomi muscolo-tensivi ricorrenti, confermati dal medico curante, dovuti principalmente a uno stato di stress protratto, che si manifestano in cefalee di intensità variabile e a volte veramente disabilitanti.
Ci presentiamo, dopo di che invito la signora a raccontarmi con le sue parole come si presenta il suo sintomo, come lo vive e come lo interpreta. Questo approccio dialettico mi aiuta a capire ciò che posso del vissuto della paziente, quindi a calibrarmi il più possibile su di esso. A lei serve invece per mettere a fuoco ed esprimere nel modo più semplice e significativo il sintomo di cui soffre su un piano sia di realtà sensoriale sia di vissuto personale.
A questo punto, invito la signora a sdraiarsi sul lettino, a lasciar andare il suo peso, e le prendo il capo con entrambe le mani. E’ in questo momento che la persona decide se affidarsi o meno al terapeuta, perciò è molto importante che il contatto manuale sia attento, lieve, gentile e capace. Deve suscitare un’impressione univoca di contatto terapeutico. A questo proposito è essenziale che il terapeuta, quale che sia il percorso di formazione che ha seguito e la metodica applicata, sia conscio che il contatto e l’interazione energetica sono una realtà fisica oltrechè simbolica.
Che decida o no di riferirla a un particolare corpo di conoscenza, è comunque qualcosa di cui bisogna avere estrema consapevolezza e rispetto, oltre a richiedere un buon grado di capacità di interazione e gestione, perché possa assumere una valenza terapeutica.
Cosa intendo per “interazione energetica”? Tutti noi siamo animati dall’energia. La vita fisica e mentale è, in ultima analisi, una questione di energia. E quando mi sento di dire che è la qualità dell’energia il dato su cui possiamo intervenire in modo positivo e significativo nella cura di noi stessi e del nostro prossimo, mi sto riferendo ad una ricognizione spietatamente pragmatica più che filosofica. Chi è, vive e lavora come un terapeuta, questo lo sa molto bene.
La qualità della nostra energia fisica e mentale, la qualità lo ripeto prima della quantità è essenziale. L’etica, il rispetto ma anche la capacità di contatto ed empatia sono manifestazioni della nostra capacità di comprendere e gestire la nostra energia interiore in un contesto in cui la finalizziamo alla cura di un nostro simile.
Quindi, tornando alla nostra seduta, il modo in cui tocco con le mie mani e le mie dita la testa della paziente, il modo in cui osservo, ascolto e parlo alla signora che mi chiede una forma di cura possibilmente significativa del suo sintomo, è la manifestazione della particolare forma di energia e consapevolezza che chi è - ed è definito - un terapeuta, a mio parere deve avere.
Nella fattispecie il contatto è lieve quanto più possibile e sensibile. La signora può cominciare a sentire lo scaricarsi fisico e biomeccanico, oltreché suggestivo e simbolico, della sovratensione muscolare causa-effetto del suo sintomo. Può sentire che qualcosa, fosse anche solo il peso dello stress… lo può almeno in parte abbandonare.
Nel frattempo le mani del terapeuta, le mie in questo caso, svolgono manovre assolutamente non invasive di rilassamento consapevole e progressivo della muscolatura fine del capo, del viso del collo e poi, senz’altro, dell’area respiratoria, petto, schiena, pancia… impostando e nello stesso tempo educando un “pattern psicofisico” più equilibrato e curativo del sintomo e della situazione di sovrastress che lo ha facilitato.
Nel corso della seduta può eventualmente svilupparsi anche un dialogo. Prima della conclusione, infatti, è importante che la paziente possa rendersi conto e almeno in parte “impadronirsi” di ciò che è avvenuto, sia grazie al contatto manuale e verbale con il terapeuta sia grazie al cambiamento dell’atteggiamento, fisico e mentale.
Solo così il trattamento può - e deve - venire ad assumere col tempo la veste di autotrattamento o perlomeno di autocontenimento del sintomo che fin’ora ha generato sofferenza e impotenza.
Andrea Luridiana
Fisioterapeuta
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