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di Francesca Speciani   
 
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La conoscenza di ciò che avviene nel nostro corpo, che passa attraverso l’attenzione alle nostre risposte individuali, va salvaguardata e rispettata, senza bisogno di dimostrazioni scientifiche, perché il nostro corpo e la nostra salute non diventino ‘proprietà’ altrui.

A margine del convegno “Condividi la Conoscenza. Gli alfabeti come bene universale”, una riflessione sull’espropriazione delle risorse interne di autoguarigione.

C’è un modo peculiare, nel campo della salute, di espropriare le persone di qualcosa che è naturalmente presente in ciascuno di noi: le risorse di autoguarigione. Si tratta della cosiddetta ‘dimostrazione scientifica’ delle terapie utilizzate (dimostrazione sulla quale si basa l’ottenimento dei brevetti farmaceutici).

E’ ovvio che in campo medico è necessario che ogni prodotto venga sottoposto a test, ma contro che cosa viene testato ogni nuovo farmaco? Contro il famigerato effetto placebo, ovvero contro quelle dinamiche di autoguarigione che gran parte del mondo scientifico svaluta, al punto di demonizzarle, solo perché non sono completamente misurabili.

Nelle sperimentazioni scientifiche, solo una metà dei soggetti riceve il farmaco o l’intervento medico che è oggetto dello studio. L’altra metà riceve un placebo, che mediamente funziona in 3 pazienti su 10. Un principio attivo, per essere considerato efficace, deve dimostrare di avere successo in un numero di casi maggiore.

Considerata al di fuori di questo uso strumentale, l’efficacia dell’effetto placebo è fonte di turbamento per medici e ricercatori, perché mette in dubbio il valore di farmaci più cari, intralcia lo sviluppo di nuove terapie e minaccia le fonti di guadagno.

Come è stato illustrato da un’interessante ricerca pubblicata sul British Medical Journal nell’agosto dello scorso anno, gli studi di sperimentazione su interventi medico-farmaceutici danno quasi sempre risultati favorevoli all’organizzazione che finanzia la ricerca.

Escludendo l’eventualità che i ricercatori operino secondo criteri di malafede, che cosa mette in luce questa analisi? Che anche la ricerca soffre di un peculiare “effetto placebo”: dove gli interessi economici sono dichiarati, i risultati sono prevedibili.

Analogamente, quando di un farmaco (anche se completamente privo di attività farmacologica) vengono decantate le virtù, il suo effetto è prevedibile, perché già la sensazione di essere curati produce un risultato sulla salute. Certamente, lo sfruttamento di questo effetto richiede la collaborazione di un medico che illustri al paziente le presunte virtù del medicamento, quindi una sorta di ‘imbroglio’.

Una modalità eticamente accettabile, segnalata dallo psichiatra americano Walter A. Brown potrebbe essere quella di proporre al paziente diverse opportunità quali: “un farmaco la cui efficacia nel suo caso è provata ma che comporta diversi effetti collaterali e un altro, completamente privo di effetti negativi, che non sappiamo perché funzioni ma in un 20 per cento di casi simili al suo riesce a riportare la situazione alla normalità…

Non è difficile per la medicina ‘scientifica’ espropriarci dalle nostre risorse di autoguarigione quando noi per primi siamo pronti a mettere in discussione la nostra sensibilità di fronte a schemi, tabelle, esami illeggibili.

Come coordinatrice di un sito di divulgazione scientifica centrato sul dialogo tra medicina naturale e medicina convenzionale, ricevo quotidianamente decine di lettere. La semplicità disarmante di molte delle domande che riceviamo illustra bene quanto poco le persone (quando diventano ‘pazienti’) si autorizzino a chiedere al proprio medico spiegazioni e informazioni relative alla loro salute, alle terapie e agli esami che quello stesso medico ha prescritto.

Quanto poco siano disposte a discutere gli effetti negativi delle terapie o a sostenere il proprio punto di vista sui sintomi (molto più facile scrivere a un sito per ricevere una consulenza anonima…).

La pretesa scientificità sulla quale si regge la medicina moderna è una fonte continua di estraniamento dal nostro corpo e dalle nostre sensazioni. La conoscenza di ciò che avviene nel nostro corpo, che passa attraverso l’attenzione alle nostre risposte individuali, va salvaguardata e rispettata, senza bisogno di dimostrazioni scientifiche, perché il nostro corpo e la nostra salute non diventino ‘proprietà’ altrui.

Quando riaffermiamo la nostra proprietà sul nostro corpo e sulla nostra vita, le nostre risorse interne di autoguarigione possono essere stimolate in molti modi: per esempio con le visualizzazioni, la meditazione, l’approccio psicosomatico che facilita il collegamento tra il sintomo e la sua funzione ‘esistenziale’, con terapie basate sul movimento, sul contatto fisico o energetico. Oppure con la dieta, o con molte terapie naturali, come l’omeopatia, che non combattono i sintomi ma riorganizzano le difese autonome per renderle più efficienti.

Interventi per la maggior parte caratterizzati da un costo basso, da un rapporto particolarmente favorevole tra costi e benefici, dalla possibilità di non dipendere da altri per la cura dei disturbi più comuni.

Strumenti che costituiscono il vero free software medico, che ognuno può modificare e adattare in relazione alle proprie risposte psicofisiche.

Francesca Speciani, counselor



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