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Insulina, insulinoresistenza ed effetti sul muscolo; rilevanza nella alimentazione dello sportivo PDF Stampa E-mail
Redazione Eurosalus   
 
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Anche se alcuni dati sono noti da almeno 10 anni, il pubblico medico ha iniziato ad accettare l'ipotesi che la regolazione insulinica avesse un significato diverso da quello del puro assorbimento del glucosio da pochissimi anni.

L'importanza dell'insulina nella alimentazione dello sportivo è un fatto relativamente nuovo.

Anche se alcuni dati sono noti da almeno 10 anni, il pubblico medico ha iniziato ad accettare l'ipotesi che la regolazione insulinica avesse un significato diverso da quello del puro assorbimento del glucosio da pochissimi anni.

E' doveroso dire che spesso parlando con medici non specialistici questo tema parrebbe del tutto sconosciuto.

Tra gli sportivi invece il dibattito su questi temi è acceso e la conoscenza specifica è spesso più precisa di quella esistente tra i medici.

Innanzitutto va sempre considerato che parlando di risposta metabolica dello sportivo, tutto passa comunque attraverso una precisa caratterizzazione individuale.

Si può esprimere un giudizio di massima, basato su conoscenze statistiche, ma una particolare combinazione di elementi potrà spesso determinare risultati diversi dal previsto, sia in meglio sia in peggio.

Su questo sito già diversi articoli hanno preso in considerazione gli effetti dell'aumento di insulina (clicca qui) nell'organismo, e discusso del perchè è necessario ridefinire la piramide alimentare (piramide da ridefinire); inoltre sono state fornite indicazioni di massima per impostare dei pratici pasti che rispettino la divisione “a zona” di Barry Sears (esempi pratici di pasti).

Molte delle domande che i “long runners” si pongono sono relative alla possibilità di utilizzare zuccheri nell'ultima fase di una maratona; infatti il problema della integrazione calorica non si pone certo per gare o performance al di sotto dei 21 km.

Nelle corse che invece superano questa distanza, ad un certo punto si esaurisce il glicogeno di riserva epatico, e l'organismo si trova obbligato a utilizzare solo grassi (in realtà non è mai così categorica questa divisione, perchè anche fin dall'inizio dello sforzo muscolare c'è comunque una partecipazione di consumo dei grassi, anche se minimale) e a costituire dalle proteine gli zuccheri di cui ha bisogno.

La domanda interessante è che cosa succede se si ingerisce zucchero (o glucosio o maltodestrine o fruttosio o qualsiasi altro carboidrato a medio/alto indice glicemico) in questo momento di bisogno.

Partiamo per capirlo da una serie di dati già noti:

  • il glucosio ematico è indispensabile per utilizzare i muscoli
  • l'aumento di insulina indotto dalla ingestione di zuccheri a medio/alto indice glicemico determina comunque un aumento del flusso sanguigno a livello muscolare, facilitando quindi l'“uptake” del glucosio e la sua utilizzazione (clicca per il link all'articolo).
  • recentissimi studi, soprattutto anglosassoni, sull'effetto dello stimolo indotto dalla noradrenalina e dalla adrenalina durante esercizio intenso o moderato evidenziano che si ha una risposta organica connessa con a)eliminazione più rapida del glucosio circolante b)mantenimento del preesistente rapporto tra insulina e glucagone c)mantenimento del livello glicemico esistente, o al più un lieve incremento dello stesso (link all'articolo relativo).
  • esiste la insulinoresistenza! In un quadro che apparentemente sembrerebbe favorire l'intensità dello sforzo, la assunzione di zuccheri in modo irragionevole e la eccitazione mentale e fisica connessa con la parte finale di una competizione, interviene un meccanismo modulatore di estrema importanza, capace di frenare questa possibile “morte del cavallo”. L'insulinoresistenza è un fatto importantissimo in patologia medica, e si correla non solo al diabete, ma anche allo sviluppo della ipertensione, ma per quanto concerne l'attività sportiva basta sapere che è un fenomeno stimolato dalla secrezione surrenale e dalla attività eccitatoria del Sistema Nervoso Simpatico (leggi articolo).
  • lo stesso articolo appena segnalato ricorda che l'insulinoresistenza è correlata anche alla possibile presenza di sostanze infiammatorie preesistenti, da cui quindi si può estrapolare che la alimentazione corretta (in fase di allenamento) rispetto alle intolleranze alimentari e rispetto alla produzione di eicosanoidi (si formano con una dieta con livelli insulinici squilibrati), può consentire un minore effetto della resistenza insulinica.

La lettura quindi degli ultimi dati scientifici al riguardo, pur tenendo presenti i diversi valori di indice glicemico dati ai diversi possibili sostituti utilizzabili negli ultimi chilometri di una gara lunga (difficilmente solidi, e quasi obbligatoriamente solo liquidi), ci riconferma che l'insulina e la sua regolazione svolgono un ruolo dominante; che durante l'esercizio fisico intenso compare un effetto di compensazione dato dalla attivazione del surrene e dallo stimolo del sistema simpatico; che questo sistema di controllo è solo parzialmente efficace perchè in breve determina una resistenza insulinica che lo rende inattivo.

È probabile quindi che in fase finale di una gara un individuo possa comunque utilizzare zuccheri a veloce assorbimento, sapendo che un impiego limitato è positivo, ma che questo stesso effetto può trasformarsi in direzione opposta se lo stimolo mentale o fisico (fatica od emozione) eccitatorio travalica un limite che presumiamo assolutamente individuale.

Molto dipende, come sempre, dall'allenamento e dalla consuetudine con cui si è gestita la formazione mentale e muscolare dell'organismo, e probailmente, a dispetto dei dati scientifici elaborati, da una individualità che ognuno deve sapere cogliere con l'esperienza.



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