Perché eliminare un alimento fa male, anche se all'inizio fa stare meglio


di Michela Carola Speciani
22 Maggio 2018

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Spessissimo capita di incontrare persone che nel corso della propria vita si sono rese conto di star male mangiando frumento, piuttosto che glutine o lattosio.

L'iter solitamente è: individuazione autonoma della sostanza che peggiora le proprie condizioni fisiche, eliminazione della sostanza, sensazione di benessere che dura talvolta anche per tempi mediamente lunghi, nuovo malessere legato all'assunzione di un nuovo alimento, spesso quello che si è introdotto in sostituzione del precedente.

Sono questi i "quattro passi dell'eliminazione" ed è chiaro che se in un primo momento il vantaggio è presente e tangibile, alla lunga non solo non si risolve la situazione (perché il disagio torna in relazione ad un altro alimento), ma si acuisce.

Con questo meccanismo sono parecchie le persone che tendono a rendere la propria dieta (e con essa la propria vita sociale) sempre più stretta, sempre più limitata, arrivando a mangiare quelle due sole cose che cominciano poi a dare fastidio anch'esse.

Tipicamente si comincia dall'esclusione del latte, si prosegue con quella del glutine, si procede col riso e così via, talvolta seguendo strade alternative.

Nessun alimento è malvagio in quanto tale e la stragrande maggioranza delle reattività deriva da un prolungato, continuo e frequente uso delle stesse sostanze: tipico è l'esempio del latte consumato tutte le mattine e di cui si fa in fretta ad accorgersi (sommando la predisposizione genetica alla mancanza dell'enzima digestivo per il lattosio e che rende alcuni particolarmente sensibili), o del glutine che è abbondantemente presente nella tipica dieta occidentale.

Ecco che quando si cambia la propria alimentazione, restringendo per altro le proprie scelte alimentari alternative, un nuovo fastidio può presentarsi anche rapidamente.

Certo non si può continuare a stare male, tanto più se si è riusciti a fare mente locale sull'apparente causa del disagio.

Allora dove sta la soluzione che permette di vivere in maniera serena senza rinunciare al piacere sociale di una buona cena in compagnia, agli alimenti della tradizione, mantenendo la propria salute mentale, psichica e fisica?

Il segreto è una dieta di rotazione che riduca l'infiammazione generale, vera responsabile dei malesseri, e allo stesso tempo riproduca tolleranza nei confronti dell'alimento eliminato.

Il concetto è il medesimo di una persona che faccia un incidente in moto, in macchina o in bicicletta.

Al bambino che si fa male in bici, tipicamente si dice di risalirci il prima possibile: a tutti è noto infatti che se la paura prende il sopravvento, vengono messi in atto meccanismi di cui talvolta è davvero difficile sbarazzarsi.

Il sistema immunitario funziona esattamente così: in una condizione di infiammazione generale (l'incidente o la caduta) si spaventa e perpetua un senso di malessere che viene associato non tanto all'incidente (infiammazione), ma alla bicicletta o al mezzo (che è meglio e più facilmente identificabile).

Se la bicicletta è allontanata il sistema immunitario è per qualche tempo disposto a stare meglio. Se però non viene riavvicinato alla bicicletta in modo graduale il rischio è quello che si instaurino reazioni esagerate che si manifestano con fenomeni patologici anche di una certa importanza.

Un programma come quello che sta alla base di Recaller e BioMarkers o dei percorsi terapeutici di SMA mantiene il contatto con gli alimenti associati all'infiammazione almeno 4 volte alla settimana, nel momento di dieta più stretta. Questo tipo di approccio permette di dare spazio di respiro al sistema immunitario e fargli comprendere che non sono tanto gli alimenti a dare fastidio, ma l'uso che ne viene fatto.

Mano a mano, le persone seguite in questo modo aumentano gradualmente i momenti di reintroduzione durante la settimana arrivando con serenità a mantenere solo uno o due giorni di attenzione alimentare a fronte di una dieta libera e comunque variata nel resto del tempo.

Solo in questo modo è davvero possibile guarire e stare meglio, imparando a non scappare da quello che fa paura e a reinserirlo produttivamente all'interno di una vita più sana, serena e obiettiva sul fatto che l'unico rischio nel contatto con un alimento è quello di non usarlo in maniera consapevole.